Milano Roma

One Shot No Sleep

Sabato 29 Ottobre, monto in sella alla Renata alle 6.42 direzione Piazza Duomo. Fuori è ancora buio e fa un discreto freschino. Mentre mi dirigo verso la piazza un bagaglio enorme di pensieri paure e ansie rende il tutto più pesante. Lo stesso zaino che ho sulle spalle sembra pesare più di quello che già pesa.

E’ sempre così, una costante di ogni mia avventura. Poco importa se ne ho fatte già un po’ in passato, l’ansia se ne frega e piomba prepotentemente nella testa e la testa in questo genere di cose conta tanto.

Mi basta sbucare in Via Dante e scorgere in lontananza le guglie del Duomo per scacciare parte di quell’ansia che mi aveva attanagliato in questi primi chilometri di trasferimento.

Piazza del Duomo; è da qui che avrà inizio tutto. Una tra le piazze più iconiche e conosciute al mondo fa da cornice a questa nuova emozionante ed estrema avventura. Nata per caso, come modo per festeggiare il mio quarantunesimo compleanno, è bastato parlarne a Stefano per catturare la sua attenzione. Da lì a poco si sono aggiunti Walter e Francesco.

Io, Ste, Walterino e Cisco siamo pronti, ma cosa più importante non saremo soli, come sempre aggiungerei. Con noi tanti compagni Assault che ci scorteranno per i primi cento chilometri del nostro viaggio.

Dopo settimane di silenzi e tentativi, molti dei quali maldestri, di depistaggio, siamo pronti a partire siamo pronti alla nostra personalissima e romanticissima marcia su Roma. Sfido chiunque a sostenere che farsi Milano Roma in bici senza pause sonno non sia romantico. Durante le settimane che hanno preceduto la partenza, per tenere alta l’attesa e la curiosità abbiamo finto decine e decine di mete finali senza senso. Siamo passati da Londra a Monaco, passando per Berlino e per Barcellona.

Agganciamo i piedi sui pedali con un filo di ritardo sulla tabella di marcia e diamo le prime spinte con le gambe. Attraversiamo il quartiere Guastalla fino ad arrivare in Corvetto. La città si sta svegliando, per strada si iniziano a vedere le prime sciure intente ad arrivare di corsa al market. Il pranzo della Domenica incombe.

Nei primi 50 km mi rendo conto di non essere ancora totalmente a mio agio, l’ansia non è ancora totalmente scacciata. Se ne accorgono anche i miei compagni di viaggio. Un Pippy silenzioso non sembra neppure vero. In testa al gruppo, che ci sta scortando, si viaggia a velocità importanti. Sapevamo che i primi 150 km sarebbero stati totalmente piatti. Dopo aver superato Lodi decidiamo che è arrivato il momento di fare colazione.

Cappuccio e cornetto e si riparte che il tempo, mai come in questo caso è davvero denaro, lo ricorda anche Ste mentre attacca il primo adesivo del nostro viaggio coprendo volutamente la destinazione finale.

Ripartiamo con lo stesso ritmo forsennato della prima ora e mezza, sfruttiamo il gruppo e soprattutto le gambe del Dottor Picco che con tanto di bici da crono è ovviamente il prescelto a tirare la carovana.

Arrivati a Monticelli d’Ongina il resto degli Assault venuti a scortarci si congeda rientrando verso casa. Per me, Stefano, Walter e Cisco è arrivato il momento di proseguire il nostro viaggio da soli. Dieci chilometri a testa prima del cambio, così a 33 di media passando per Parma e Reggio Emilia arrivando fino a Modena, quando alle 13.45 decidiamo in prossimità di un Mc Donald’s di fermarci per la pausa pranzo. Dentro al locale divoriamo panino e patatine con una bella coca fresca. Vi dirò, ho temuto molto per questa pausa pranzo, ho temuto di dover affrontare per i successivi 200km il panino e invece nessun problema digestivo si è presentato nei chilometri successivi.

Arriviamo a Bologna e da questo punto sappiamo che la strada inizierà inesorabilmente a salire. Basta piattoni, ora inizia il mangia e bevi degli appennini. Il morale nel gruppo rimane ancora decisamente alto. Anche il sottoscritto dalla pausa pranzo è tornato ad essere il solito ed esuberante cretino pronto a fare casino anche in mezzo ad una strada. Poi c’è Stefanino che lungo il tragitto ci dimostra tutta la sua abilità con i numeri, ricordandoci quanto manca ancora alla nostra personalissima meta finale, mandando non poco in acido Walterino.

A Sasso Marconi la strada comincia a salire e la luce inizia lentamente a sparire. Decidiamo di fermarci, montare le luci e coprirci con una mantella perchè l’aria si è fatta decisamente più fresca.

Affrontiamo circa 30 Km di sali e scendi lungo l’appennino . E’ praticamente sera, il cambio dell’ora ha fatto diventare buio prima. Ci fermiamo in prossimità di un market, approfittando così per fare acquisti di cibo e acqua e per fare soprattutto il punto della situazione. Decidiamo di proseguire senza soste fino a Prato dove a quel punto cercheremo un posto per cenare. Ripartiamo, e quel velo di stanchezza che era piombato sul gruppo sparisce all’instante. E’ sufficiente metterci in movimento per recuperare tutto il presobenismo che ci aveva accompagnato fino a qui. Per rendere l’idea vi dico solo che anche il buon Manzoni è riuscito a scambiare ben più di due parole e perfino a ridere di gusto ad almeno il 90% delle cazzate che abbiamo detto lungo il tragitto. Per strada percorriamo almeno dieci chilometri senza incrociare una macchina. C’è un silenzio nell’aria rotto solo dal rumore delle nostre bici e da quello delle ruote libere.

Pedalo e alzando la testa scorgo in cielo un timido spicchio di luna , proprio mentre tocchiamo i 750 metri di quota, di fatto la massima altitudine del nostro viaggio. Superata Castiglione Dei Pepoli possiamo far riposare finalmente un poco le gambe, lasciando andare le bici lungo un discreto tratto di discesa.

Entriamo in Toscana, la penultima regione del nostro viaggio che sono le 20.30. Prima di varcare il confine marchiamo a dovere il cartello, così da ricordare che NOI siamo passati da qui, altro che chiacchiere.

Dopo circa dodici mesi di distanza sono di nuovo nella terra dei sali e scendi. Se a Giugno dell’anno prima l’avevo attraversata in solitaria in sella ad Olivia ora sono in compagnia di quattro amici in sella alla Renata e senza borse perchè questa notte non si dorme.

Lo ricordo anche ai miei compagni di viaggio, “Tutta la notte biga e migno…”. Insomma l’ho detto che sono un emerito cretino.

Arriviamo a Prato, sono da poco passate le nove e siamo alla ricerca disperata di un posto dove mangiare. Dopo esserci imbattuti in due locali chiusi, dopo una curva arroccato lungo la parte rocciosa, alla nostra destra un ristorante pizzeria.

Stefano e Manzo davanti al gruppo non lo avevano visto. Io e Walter stoppiamo la loro corsa e ci fiondiamo dentro affamati come mai prima. Pizza e coca, è ancora presto per buttare nello stomaco della birra.

Quaranta minuti buoni per consumare la cena e quando sono da poco passare le 22 ci rimettiamo in marcia, consapevoli che ora ci spetta la parte più dura del viaggio. La notte con il suo buio, illuminata solo dalle nostre torce. Il sonno che potrebbe farsi sentire durante le tante ore di buio. Si aggiunge poi un fattore non da poco la temperatura. Nel frattempo la strada sale e scende, è un continuo cambiare rapporto, alzarsi sui pedali, smadonnare. Siamo in Toscana e il cartello che indica la destinazione per Firenze per un attimo mi mette in subbuglio lo stomaco. Si fa piccolo di colpo. Quattro pedalate e un nodo mi stringe la gola. Pedalo per circa cinque chilometri in queste condizioni, perdendo in due occasioni la ruota dei miei compagni. Ad aiutarmi, la vista di quello spicchio di luna nel cielo. I pensieri si fanno più soffici e quel nodo alla gola lentamente sparisce.

Si sale e si scende, con questo principio arriviamo a Montiriggioni che sono da poco passate le 2 di notte. Le gambe iniziano ad essere stanche, come biasimarle dopo 400 km. A crearci più di un problema è la temeperatira. L’escursione termica rispetto al giorno inizia a farsi sentire. Se a mezzogiorno pedalavamo in corto con oltre 20 gradi ora quasi non bastano gambali e puntali e di gradi ce ne sono 4. Un paio di strappetti e arriviamo a Siena. Una città completamente deserta. Nel gruppo complice anche la stanchezza è piombato un po’ di silenzio.

A San Quirico d’Orcia facciamo una breve sosta. Decido di buttare nello stomaco l’ultimo panino che ho nello zaino. Mentre addento con energia il pane arabo con dell’ottimo crudo stagionato osservo ancora il cielo, Mastico fissando la luna che qualche ora prima mi aveva dato la forza di proseguire slegando quel nodo alla gola tanto fastidioso.

Quando ripartiamo facciamo subito i conti con un paio di strappi di quelli che sembrano quasi delle bastonate nei denti. L’unico a non sentirle è Manzo che con le sue gambette va via che è un piacere. Se da una parte la stanchezza accumulata e gli strappi continui ci mettono alla prova, dall’altra affrontare strade buie illuminate dalle stelle e dalle nostre luci è qualcosa che ancora oggi faccio fatica a descrivere. Mi piace chiamarla semplicemente l’essenza dell’avventura.

Non è certo da oggi che lo penso e che lo dico, mettendolo anche nero su bianco. Pedalare nel cuore della notte ha da sempre qualcosa di magico, qualcosa di speciale. Il silenzio che avvolge la notte è unico e attraversare il buio e quello stesso silenzio in sella alla propria bici è un’emozione che chiunque dovrebbe provare almeno una volta nella vita.

Fa freddo, il termometro segna 1 grado e intorno a noi non c’è davvero nulla, solo campi, terreni e colline. Noi che sogniamo un bar, un calorifero e un the caldo ci ritroviamo su una strada completamente deserta in mezzo al nulla. Sta albeggiando, l’umido e il freddo lei sento addosso fin dentro alle ossa. Guardo velocemente i volti di Walter, Manzo e Stefano, stanchi e provati ma vedo ancora negli occhi la stessa voglia che ho visto ventitrè ore prima in Piazza Duomo a Milano

Mancano circa venti chilometri ad Acquapendente, dove ricordo all’inizio dell’abitato c’è un bar. Abbiamo sempre più bisogno di un bar. Abbiamo bisogno di fermarci riscaldalci e rimetterci in bolla come si deve.

Arriviamo al bar di Acquapendente che sono da poco passate le 6.00. Ordiniamo la qualunque, The, Caffè doppi, Croissant, biscotti, redbull, acqua, sembra quasi un brunch. Ci concediamo quaranta minuti abbondanti di pausa, sapendo che al nostro obiettivo finale mancano solo 140 chilometri circa.

Ripartiamo un minimo rigenerati e consapevoli di aver superato la parte più difficile del nostro viaggio, tranne che per il sottoscritto, che poco prima di Viterbo lascia cadere le palpebre ritrovandosi in un amen sul ciglio della strada con le ruote fuori dall’asfalto.

L’ultimo Mc Donald’s in quel di Viterbo coincide anche con una foratura, che non poteva che essere mia. Cambiata la camera d’aria e siamo di nuovo in sella e per giunta in salita. Ecco affrontare 2 km di salita all’8% dopo aver buttato nella pancia un cheeseburgher non è stato così semplice come si può immaginare.

Mancano poco più di 90 chilometri a Roma e sento la testa sempre più stanca. Da diversi chilometri sogno una doccia calda e un letto. Un nuovo strappo in prossimità della Riserva Naturale del Lago di Vico. Un nuovo sforzo per superare l’ennesima salita di questo lungo e folle viaggio. Non faccio in tempo a scollinare che per me è ufficilamente crisi. La testa cerca di dire basta ma il mio corpo sta pedalando da così tanto tempo che l’imprimere forza sui pedali sembra ormai essere diventato un movimento vitale. Butto nella pancia una barretta nella speranza che si riaccenda un minimo di luce nella testa.

Campagnolo Romano e subito dopo Formello, siamo ormai vicinissimi a Roma, le buche sulla strada sono il segnale inequivocabile che manca davvero poco. In cima allo strappetto che ci porta di fatto dentro Formello posso scorgere in lontananza la città eterna. La vedo e non riesco a trattenere un paio di lacrime.

Prima di arrivare però manca la ciliegina sulla torta. Manca l’ultima follia, l’ultimo gesto estremo per arrivare al Colosseo. Dieci chilometri di Cassia con le auto che ci fanno il pelo svariate volte. Usciti indenni siamo pronti per il nostro personalissimo ingresso nella capitale. Stefano fa da guida. Attraversiamo Via Ferrari prima per poi entrare in Via del Corso con conseguente sclero generale dovuto al transito in mezzo ad un fiume umano di persone.

Imbocchiamo Via dei Fori Imperiali faticando a trattenere la felicità e una volta percorsa fino alla fine ci ritroviamo davanti alla nostra finish line. E’ fatta. Scendiamo appoggiando le bici di fronte a noi. Ci abbracciamo, ci tiriamo pacche sulle spalle e ci promettiamo birra e cibo in breve tempo.

L’abbiamo chiusa! Siamo arrivati a Roma dopo 31 ore totali e 24 pedalate.

Siamo arrivati a Roma con le nostre bicilette, partendo da Milano e senza alcun supporto se non quello dei nostri compagni e amici nella mattinata di Sabato.

Siamo arrivati a Roma senza dormire. Attraversando regioni, capoluoghi e città sperdute nel cuore della notte con un’escursione termica senza precedenti.

Siamo arrivati a Roma facendo fatica ma aiutandoci sempre come una vera famiglia. Siamo arrivati a Roma attraversando momenti di entusiasmo e presobenismo, sconforto e fatica, caldo e freddo.

Siamo arrivati a Roma compiendo un viaggio unico che mi ha insegnato ancora una volta che nella vita nulla è impossibile basta volerlo veramente.

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