Il mio secondo viaggio sull’Everest

Certe cose mi nascono in testa con una semplicità disarmante. La voglia di provare la bici da corsa fu una di queste, e a pensarci bene anche molte mattate fatte sui pedali sono nate così dal nulla in un amen.

Fu così per il mio primo Everesting e anche per il mio secondo viaggio sopra gli ottomila metri non è stato poi molto diversa la naturalezza di come mi è nata l’idea. Il tutto nasce due settimane prima, la Domenica sera dopo un bel weekend di lunghi e dislivello.

Seduto sul divano a sfogliare le attività di Strava in cerca di un giro meritevole di un mio Kudos, chiedo a me stesso come sarebbe fare un Everesting a fine mese, dopo due mesi passati in lockdown, dopo due mesi senza giri veri e senza salite. Mi chiedo come sarebbe provare a rifarlo sulla stessa salita che mi ha visto protagonista dieci mesi prima. Stessa salita ma livello di allenamento e preparazione diverso.

Nei giorni seguenti l’idea continua a rimbalzarmi nella testa, capisco, conoscendomi, che sarà così fino a quando non deciderò di provarci, allora tanto vale continuare a farla rimbalzare, via, si fa!

La settimana successiva decido di pianificare un 5000 per capire come sto a gambe e sopratutto a testa. Per la cronaca in quel lungo del Sabato arriverò a sfiorare i 4000 metri di dislivello in 227 km tanto mi bastano per capire che comunque la mia testa è pronta e preparata.

L’avvicinamento al grande giorno non è tra i più semplici, giornate lavorative piene e incasinate non mi permettono di riposare come si dovrebbe ma sopratutto non mi permettono di pensare mentalmente a quanto mi attende nel fine settimana.

Arrivato a Zorzino nella prima serata di venerdì (19.30) opto per una cena veloce e ricca di carboidrati per poi mettermi a preparare tutto il necessario.

Lo sapete, la parte della preparazione è da sempre una cosa che mi angoscia parecchio, vivo con il terrore perenne di dimenticarmi qualcosa di importante. Alle 22 provo a buttarmi nel letto nella speranza di dormire o almeno riposare, ma non c’è verso.

Un’ora dopo sono in bagno a vestirmi, e in meno di mezzora sono pronto fuori casa agganciato ai pedalini. In cima alla salita c’è la macchina carica di tutto il cibo possibile ed immaginabile e dei vestiti di riserva. Dò i primi colpi di pedale, portando di fatto la bici alla fine della via di casa, sterzo a destra e mi butto in discesa per quei 2 km di strada che mi separano dalla mia virtuale riga di partenza. Che poi a dirla giusta quella linea non è poi così tanto virtuale, essendo che sull’asfalto ci sono ancora i segni della bomboletta spry verde utilizzata dieci mesi prima.

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Sono in anticipo, decido così di spingermi nel centro paese per un breve giretto amazza tempo. Strada deserta, l’unico locale aperto è la birreria vista lago che ospita gli ultimi clienti. Pedalo lento osservando il lago e le nuvole che coprono le stelle in cielo. Pedalo lento e mi preparo, consapevole di ciò che mi spetta, preparo la mia testa a soffrire, come sempre accade quando inizia la salita.

Sono tornato di nuovo al punto di partenza. Ora è tutto pronto, scattata la mezzanotte posso cominciare la mia sfida, posso cominciare il mio “Repeat”

Eccomi qui, lungo quella salita che fino a quattro anni fa mi procurava ansie e preoccupazioni, quella salita che da amatore neofita e molto scarso mi obbligava a sganciarmi dai pedali e proseguire a piedi, quella salita che ho sconfitto dieci mesi prima scalandola per ben 22 volte.

E ora sono di nuovo qui su questa salita nel mezzo della notte, illuminato dai 20000 lumen della mia torcia installata sul manubrio della Renata e da qualche lampione posto lungo la strada, determinato a portare a termine questa sfida.

Arrivo al bivio per Fonteno dopo i primi 4 km scarsi di salita, supero Solto Collina e proseguo lungo la strada che finalmente spiana e mi dà un po’ di riposo. Supero quel brevissimo tratto in discesa per poi riprendere a salire. La parte più faticosa della salita, quella che dalla partenza arriva a Solto Collina per intenderci; é alle spalle; ora mi attendono poco più di 3500 metri, ma con pendenze sicuramente più gestibili.

Arrivo in cima per la prima volta che mancano venti minuti all’una di notte. Il cielo coperto non mi regala alcuna stella, per potermi emozionare a dovere devo buttare l’occhio verso la valle, osservando lo spettacolo che regalano le luci della città, una volta che affronto per la prima volta la discesa.

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A proposito delle discese, conoscendo bene il luogo, mi sono equipaggiato per portare con me tutto il materiale possibile, tra cui ben due giacche anti vento e antipioggia. Prima di affrontare la discesa butto nello stomaco degli M&M’s e indosso il giacchino nero griffato Spot On Bike.

Alla seconda curva mi ritrovo davanti un tasso. Sta lì fermo in mezzo alla strada. Con la memoria vengo immediatamente riportato a dieci mesi prima, quando nel corso di una delle ascese, nel buio totale udii le unghie di un animale che sfregavano a discreta velocità sull’asfalto. All’ora riuscii solo a vedere questa grossa bestiola infilarsi nel bosco. Oggi invece ha deciso di materializzarsi proprio davanti a me. Lo osservo incuriosito, provo ad avvicinarmi e come risposta lui si butta nel prato di fianco.

Posso riprendere la mia discesa, ovviamente pensando a quanto appena visto, ma soprattutto collegando l’evento a quanto accaduto in occasione del mio primo everesting, stai a vedere che alla fine il tasso porta fortuna. Nel frattempo ho completato anche la prima discesa. Giro la bici e via con la seconda ascesa.

E’ da poco passata l’una di notte, sono di nuovo con le ruote della Renata in salita, affronto quel tratto di strada la cui pendenza sfiora il 16%. Mi alzo sui pedali e spingo forte, i battiti del cuore salgono e il respiro si fa più affannato. E’ incredibile come durante la notte tutti i rumori siano quasi amplificati, me ne rendo conto mentre salgo ascoltando il mio respiro che a tratti copre i rumori della notte. E’ tutto così strano, tutto così diverso. Di giorno non faccio tutto questo rumore, di giorno spesso fatico quasi a sentire il mio respiro affannoso reso tale dalle pendenze delle salite. La notte è magica e voi sapete quanto io adori pedalare di notte. Ha un sapore particolare, mi provoca emozioni sempre uniche, anche ora con il cuore che batte a 160 e le gambe che bruciano, e poco importa se le nuvole coprono le stelle e la luna. Mi basta volgere lo sguardo verso l’altra sponda del lago e osservare le luci delle case e delle strade.

Arrivo per la seconda volta nella piazza della chiesa a Fonteno. Mi fermo per mangiare qualcosa e poi di nuovo giù lungo la discesa, durante la quale il sonno inizia a farsi sentire. La terza e la quarta ascesa sono provanti, proprio a causa del sonno. Se nel corso della terza ripetizione riesco a tenere botta, durante la quarta perdo il conto delle volte che chiudo anche solo per un secondo gli occhi. Arrivato in cima appoggio la bici alla macchina e mi siedo su una panchina posta nella piazzetta. Appena mi siedo non riesco a tenere gli occhi aperti. Sono da poco passate le 4. Provo a combattere quel maledetto sonno, prima con una RedBull poi lavandomi la faccia con dell’acqua fredda dalla fontana posta alla fine della piazza. Rimonto in sella e torno nuovamente al punto di partenza affrontando la quinta ascesa.

Fa decisamente fresco, al punto tale da tenere addosso la mantellina anche mentre salgo. Quinta volta lungo quei sette chilometri di strada, in salita. Nonostante i problemi con il sonno mi sento bene, la testa tiene e il morale anche. Mi basta questo per restare fiducioso, mi basta questo per stare sereno e positivo, perché so che se le gambe molleranno la testa farà la differenza.

Al termine della sesta ascesa in cima alla salita mi ritrovo Nico. Sono le 5.40, eccolo qui un altro a cui dormire fa schifo. Inizia ad albeggiare e non sto neppure a spiegarvi quanto sia bello osservare il lago da Fonteno mentre le prime luci del giorno iniziano ad illuminarlo. Completo altre due scalate e durante l’ottava discesa mi fermo al baretto di Solto Collina per fare colazione. Quando entro nel bar la cameriera mi guarda con una faccia perplessa a tratti preoccupata. Il motivo mi viene chiaro una volta che mi specchio nel bagno del bar. Ho una faccia da spavento. Cioè, intendiamoci, non che quando sono fresco e riposato vada meglio, ma stavolta è davvero brutta eh. Ho delle occhiaie che mi spavento da solo a vederle. Caffè e brioches consumate, rimonto in sella e completo la discesa per poi riprendere nuovamente a salire.

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La prima visita di giornata è quella di Uby, che ironia della sorte fu il primo a unirsi a me anche in occasione del mio primo Everesting. Lo incrocio verso la fine della discesa, intento a salire con un grosso zaino sulle spalle. Mi racconta che sta andando in Valtellina, dove ha una casa delle vacanze e dove si devasterà di giri pornografici nel weekend. Nel frattempo il cielo si è annuvolato e non promette nulla di buono. Lo sapete non sono uno che si spaventa della pioggia, ma non nascondo che nel caso sarebbe una bella seccatura dovere affrontare le salite successive sotto l’acqua. Per fortuna si limita solo a far scendere giusto un paio di goccioline, nulla di serio, nulla di preoccupante.

Proseguo senza intoppi, una volta salutato Uby completo una nuova salita, arrivando di fatto a metà, ne mancano dieci. L’undicesima ascesa la faccio in compagnia di Davide Della Bella o se preferite del mio fisioterapista di fiducia, l’unico capace di mettermi a nuovo in meno di mezz’ora. Poco dopo si unisce a noi anche Christian Savi. Non uno ma ben due gregari a tenermi compagnia.

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Mi rendo conto della netta differenza che c’è nel scalare il mio personalissimo Everest in compagnia di due amici veri. Ovviamente nel corso delle ascese completate insieme a loro la quantità di cazzate e di risate è impareggiabile.

Chiacchieriamo, ridiamo e scherziamo e senza neppure accorgemene sono arrivato alla tredicesima ripetuta. Arrivato nuovamente in cima Davide mi regala uno dei suoi super massaggi. Mani d’oro quelle del Doc, talmente precise da riuscire anche a farmi passare quel fastidioso dolore al ginocchio sinistro che si era presentato al termine della salita numero undici.

Salutati i miei gregari continuo nuovamente in solitario. Ma la compagnia non è certo finita. Da li a poco si presentano in cima a Fonteno, prima il grande Matteo, o se preferite l’ideatore del gruppo “Ciclismo de Panza” in compagnia dei suoi meravigliosi figli, e poco dopo si unisce anche il suo socio Papo. Ecco, il Papo è l’uomo che ogni persona che affronta una sfida come questa dovrebbe avere come supporto. Al volante della sua bellissima quanto tamarrissima Giulietta mi incita a suon di colpi di clacson e grida. Mezzo paese si gira a vederci mentre passiamo. La presenza di Matteo significa inoltre avere n fotografo capace di scatti come questo.

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Sono da poco passate le cinque di sera, quando transito davanti a casa mi ritrovo tutta la family sul marciapiedi pronta a fare il tifo per me. Il più scatenato è il mio piccolo baby rider che oltre ad una serie di grida di incitamento mi regala uno dei sorrisi più belli di sempre. Mi guarda con i suoi occhioni grandi e mi grida “Forza papà che manca poco”.  Senza neppure accorgemene una piccola lacrimuccia casca dagli occhi e mi percorre l’intero viso.

Quel sorriso mi ha fatto passare quel principio di stanchezza che iniziavo a sentire. Mi alzo sui pedali e affronto i due tornanti successivi prima di percorrere il drittone che scollina al bivio per Fonteno. In cima riempio nuovamente stomaco e borraccia. In piazza a Fonteno fuori dal bar adiacente alla chiesa ci sono alcuni signori che mi guardano incuriositi. Dentro di me mi chiedo cosa staranno pensando. Rimonto in sella sorridendo e spingo la Renata in discesa pronto nuovamente per l’ennesima scalata, la quattordicesima.

Il cielo inizia ad annuvolarsi, con lui sale anche un venticello che mi obbliga a indossare il giacchino. Sono talmente a tutta che non ho neppure tempo e voglia di toglierlo durante la salita, mi limito solo ad aprirlo completamente, trasformandolo in una specie di mantello arancione. Passo nuovamente davanti a casa e scopro che Tommy è ancora li. Ha nelle mani il suo fucile ad acqua, mi sorride sparandomi addosso dell’acqua.

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Manca poco, e questo mi dà la forza che mi serve per andare avanti, sempre con il sorriso sulle labbra, sempre positivo, perchè l’Everesting è prima di tutto una sfida di testa, l’ho scoperto dieci mesi prima e oggi ne ho l’ulteriore riprova. La testa è qualcosa di determinante, è capace di farti fare cose che non potevi neppure immaginare. Salgo con un ritmo più rilassato ma sempre con la stessa determinazione, la stessa che non mi ha mai abbandonato dalla mezzanotte.

Matteo e Papo si congedano salutandomi e da li a poco arriva Andrea “Bobo” Viola. Con la sua compagnia completo altre due ascese arrivando di fatto alle 19 o se preferite a meno tre dal mio Everest. Al termine della diciassettesima salita mentre mi sosto nuovamente davanti alla macchina sgranocchiando una barretta e bevendo EstaThe uno dei signori presenti al bar in piazza mi si avvicina chiedendomi cosa stessi facendo. Gli spiego il senso della sfida. Mi guarda con una faccia che è tutto un programma, e lanciando due bestemmie come itercalare si complimenta con me. Gli dico che sono ormai quasi alla fine. Prima di salutarmi mi da una pacca sulla spalla augurandomi buona fortuna.

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Inizio la diciottesima ascesa, probabilmente la più complicata a livello di testa. L’ho affrontata guardando di frequente il mio Bryton, osservando i numeri relativi al dislivello aumentare. Ogni quattro pedalate circa, guadagno pressapoco 2 metri di dislivello. La mia mente conteggia come un countdown quanto divario manca per arrivare a quei quattro numeri magici. Cerco di distogliere lo sguardo ma non riesco. Neppure se cambio schermata la situazione migliora.

Mi concentro allora su quanto fatto fino a qui, sulle emozioni che ho provato fino ad ora, sulle mie sensazioni assolutamente positive. Mi accorgo di essere stato almeno fino a qui più veloce della mia prima volta, segno che alla fine il montare in sella tutti i giorni, anche solo per andare e tornare da lavoro qualcosa di buono porta, alla faccia di chi sostiene che non sia così.

Mancano poco meno di mille metri di dislivello o se preferite mancano solo due ascese. Dentro alla mia testa continuo a ripetermi che ci sono, che è quasi finita, che ho quasi conquistato il mio secondo Everest. Ripasso nuovamente davanti a casa, chiedo a quello che di fatto si è trasformato nel mio staff di recuperare la macchina in cima e portarla nel parcheggio di casa. A poco meno di due chilometri dalla piazza di Fonteno due signori sulla sessantina affacciati sul balcone di casa mi dicono che ho quasi finito che non devo mollare. Penso tra me e me che ora non mollerei neppure se mi sparassero alle gambe. Conquistata quota 8388 metri di dislivello, giro la bici e senza neppure fermarmi affronto per la penultima volta la discesa verso Riva di Solto.

Sono passate le nove di sera. Sono di nuovo con il faro sul manubrio acceso. La luce sembra quasi tagliare il buio, la luce di fatto mi indica la strada verso la mia vittoria.

Mi alzo sui pedali e spingo più forte che posso con le poche forze ancora rimaste. Ho iniziato per l’ultima volta la salita. Supero il primo pezzo duro di strada e una volta arrivato nuovamente vicino casa trovo per la terza volta Tommy fuori pronto a fare il tifo. Questa volta mi corre incontro, mi incita mi sprona mi dà la forza per chiudere, mi aiuta di fatto a mettere l’ultimo pezzo di Everest.

Questa volta non c’è nessuno con me. Sono solo, parlo con me stesso ad alta voce. Mi sento un pazzo forse lo sono, non mi importa perchè ora sono felice come un bambino. Sono realizzato, orgoglioso e contento per aver superato per l’ennesima volta i miei limiti.

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Arrivo in cima per l’ultima volta che sono le dieci di sera passate. Ad attendermi insieme a tutta la family anche una meritatissima birra ghiacciata. Abbraccio Tommy che mi stringe stretto e guardandomi mi dice che sono stato grande, a quel punto lo capirete anche voi mi viene difficile trattenere le lacrime. Sono ovviamente lacrime di gioia, lacrime dolci di felicità, lacrime che sintetizzano tutte le mie emozioni provate in quelle 22 ore complessive.

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Per la seconda volta c’è un Everest su Fonteno e per la seconda volta l’ho disegnato e creato io con le mie gambe e con la forza della mia determinazione e la cosa non può che rendermi fiero e orgolioso di me stesso, che a pensarci bene non è una cosa che mi succede di frequente anzi.

Le riconferme valgono più, questa volta lo posso dire.

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