Spluga & Julier

Domenica 13 Ottobre

Quando apro gli occhi, svegliato dalla suoneria della mia sveglia, avverto la stessa sensazione di quando da ragazzino andavo in gita con i miei genitori. E’ una sensazione di gioia, di felicità, di certezza che la giornata che sta per comuniciare sarà una di quelle da ricordare a lungo.

Mi alzo dal letto cercando di fare meno rumore possibile, evitando di svegliare Sara e Tommy. Mi trascino verso la cucina in cerca della sola cosa che alle 5 del mattino può aiutarmi; un sano caffè doppio.

Una volta vestito carico la macchina e mi metto in marcia in direzione di Saronno dove recupero Raffo (aka Leppe). Infilata anche la sua bici in auto, ci dirigiamo verso Chiavenna, punto di ritrovo della partenza per il nostro giro di oggi. Arrivati al parcheggio dell’Iperal ci incontriamo, come da programma con Ettore e Stefano. Siamo in netto anticipo sui tempi, decidiamo così di andare a fare colazione. Al bar incontriamo Sara, un’amica di Stefano che oggi sarà dei nostri per il giro.

Quando ritorniamo al parcheggio troviamo il resto del gruppo. A proposito di gruppo, oggi saremo numerosi, in dieci e pure con due quote rosa, oltre a Sara infatti c’è anche la mia “sorellina” Bea. In prima linea anche Francesco, quasi incredulo di non essersi dovuto per una volta alzare a notte fonda per unirsi ad un giro con noi. Fra abita a Chiavenna e, quando le partenze sono alle 5 da Saronno, deve gestire sveglie alle 2.30 di notte, capite da soli come potrà sentirsi oggi.

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Alle 8.15 siamo pronti per partire, Francesco da buon padrone di casa si mette davanti e con buon ritmo ci porta verso l’attacco dello Spluga, dietro di lui Carlo, Bea il Manzo e Andrea (un amico del Manzo) a seguire il resto del gruppo, incluso il sottoscritto. Fa un bel fresco, la prima parte della salita dello Spluga sarà tutta all’ombra. Il mio ciclocomputer segna 6 gradi. L’idea di partire indossando anche i gambali è stata a dir poco saggia. Sempre per combattere il freddo ho dovuto abbandonare i miei fantastici cappellini Controvento e optare per una cuffia invernale che mi tenesse calde le orecchie, sopratutto nei tratti in discesa.

Ad aiutarmi a scaldarmi ci pensa la strada. Dopo neppure 4 chilometri scarsi inizia a salire. Immaginate la mia gioia. Al quinto km incontriamo il cartello che segnala l’inizio del Passo dello Spluga.

La salita è parecchio lunga, 30 chilometri per la precisione. Si comincia con una pendenza che è gestibile anche per le mie dannate e ormai finite gambe. Pedalo vicino al gruppetto formato da Stefano, Sara, Francesco ed Ettore, e mentre procediamo con una buona andatura riesco anche a scambiare un paio di chiacchiere.  Dopo aver superato il paese di Lirone la pendenza sale gradualmente fino ad arrivare all’8%, guardo il mio ciclocomputer e mi accorgo che manca ancora una vita alla cima.

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Arrivati a Campodolcino la strada spiana, mi riunisco a Stefano e gli altri e riprendiamo a salire. Ora la pendenza si fa nuovamente più dolce e cosa più importante il panorama muta completamente rispetto a prima. La strada si apre sulla valle, si attaversano anche in sequenza alcune gallerie, sono però la bellezza dei tornanti che fanno la differenza. Sono tornanti stretti, rubati alla verticalità della montagna a strapiombo sulla vallata. Difficile riuscire a descrivere la bellezza, in meno di 3 km superiamo una dozzina di tornanti. La vista è semplicemente meravigliosa,da togliere il fiato.

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Raggiunto il Lago Spluga la sensazione è di pace totale, pedalo osservando quanto mi circonda, pedalo e quasi fatico a realizzare dove mi trovo. Il lago Spluga abbracciato dalle montagne, una leggera brezza che soffia contro il viso, il silenzio più totale. Per oltre due chilometri pedalo da solo, senza alcuna auto a transitare sulla strada. Pedalo e avverto quella sensazione di totale libertà. Pedalo e mi sento davvero un tutt’uno con l’ambiente che mi circonda.

Davanti a me inizio a intravedere l’ultimo tratto di strada, quella che di fatto ci porterà in territorio svizzero. Prima di affrontare questo ultimo tratto di strada ci fermiamo in un bar. Caffè e una visita veloce al bagno, che non fa mai male…

Recuperate un minimo le energie, quando ripartiamo l’aria si è fatta piu fresca, affrontiamo una serie di tornanti che si arrapicano quasi uno sopra l’altro e dopo circa 2 km siamo finalmente in cima con una tremenda e dolorosissima sorpresa. Il cartello del passo è coperto!

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Una cosa tremenda, che delusione ragazzi.

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Dopo le foto di rito siamo pronti per ripartire, ci aspetta una lunga discesa e per l’occasione tutti ci copriamo a dovere. Saranno circa 35 i km di discesa fino a Thusis, e i primi sono probabilmente i più spettacolari. Una sequenza di otto tornanti si sussegue in un fazzoletto di strada, intorno solo natura. Osservo tutti i miei compagni affrontare quei tornanti, prima di partire Francesco mi chiede di fargli un paio di scatti mentre affronta quei meravigliosi tornanti. Mi rimetto in sella e anche io attraverso quei tornanti, per l’occasione lo faccio senza pedalare, lascio che la mia bici prenda la sola velocità data dalla pendenza della discesa. Mentre scendo, affrontando i primi tornanti, penso che una giornata così sia il meglio per ogni persona che come me ama la bici e le montagne. Lungo la discesa il gruppo si allunga per poi riunirsi una volta arrivati alle porte di Sufers. La strada continua a scendere seppur in maniera molto più dolce, il panorama muta in continuazione prima il grigio delle rocce delle montagne a farlo da padrone, poi il verde delle pinete e dei vasti pascoli.

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Il mio giro si complica poco dopo. Nel tentativo di prendere da mangiare, frugando con la mano destra in una delle tasche dietro la maglia, perdo l’equilibrio e in un millisecondo mi ritrovo sdraiato sull’asfalto. Tutti sereni raga, la Renata non si è fatta neppure mezzo graffio. Io invece si, ma nulla di grave.

Immediatamente il resto del gruppo, poco più avanti al momento della mia caduta, torna indietro, ho incrociato lo sguardo di Stefano ed Ettore e in un primo momento era uno sguardo piuttosto preoccupato. Mi rialzo piuttosto spaventato e incazzato per la dinamica della caduta. Una volta verificato di essere intero e solo ammaccato controllo i danni alla Renata, poca roba, nastro, copri leve e sella, insomma poteva andare peggio.

Rimonto in sella come se nulla fosse successo e insieme al resto del gruppo ci rimettiamo a pedalare. Nei successivi 2 km rassicuro tutta la ciurma sulle mie condizioni. Mentre mi concentro sulla pedalata abbasso la testa e fisso il mio ginocchio sinistro sgraffiato e insaguinato dalla caduta, la botta presa non sembra avere avuto grandi conseguenze, solo un po di dolore ma nulla per cui non posso proseguire il giro, a cui mancano un centinaio abbondante di chilometri e sopratutto l’infinita salita lungo lo Julier Pass.

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L’attacco a questa lunghissima salita è situato a Tiefencastel, le pendenze sono più che gestibili, un po meno come detto la lunghezza del passo, 38 km di salita. Dopo circa 10 km percorsi vado un po’ in crisi, più che con le gambe con la testa. Diciamo che la caduta ha avuto una serie di ripercussioni negative e la lunga ascesa del Giulia non ha certo aiutato.

Il territorio è sempre uguale, chiuso dalle montagne per lo più fatto da immense e interminabili campi adibiti al pascolo, e lo sapete bene che questo personalmente non mi aiuta, in questo caso è stato proprio una mazzata.

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Per giunta da Savognin inizia a soffiare anche un fastidiosissimo vento che per un attimo mi fa letteralmente saltare i nervi. In quel preciso momento avrei voluto essere a casa con la mia famiglia al caldo. Continuo a spingere la bici, non senza parecchia fatica, svoltato un tornante vedo in lontananza un caseggiato situato in cima alla montagna, penso tra me e me che arrivato li sarà finita. Mi alzo sui pedali quasi a cercare di spingere con tutta la forza che ancora mi è rimasta. Raggiunta la struttura mi accorgo che non è affatto la fine del passo. Mancano ancora più di 10 km alla fine. Preso dallo sconforto totale mi fermo e scendo dalla bici. Cerco di recuperare energie ma ancor di più la lucidità che si è completamente esaurita. Quando rimonto in sella la situazione sembra migliorata. Spingo la Renata lungo un tratto di strada che si fa decisamente più impegnativo a livello di pendenze. Spiace dirtelo caro Julier ma non mi sei piaciuto tanto quanto lo Spluga.

Arrivo in cima scortato da Carlo e il Manzo che mi sono stoicamente vennuti incontro, decido di regalarmi una coca e redbull, la più cara di tutta la storia (12 fottuti euro). Una volta rifocillato a dovere e dopo aver scattato la foto ricordo ripartiamo. Ora finalmente ci spetta un lungo, lunghissimo tratto di discesa.

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Discesa che ci porterà fino a Chiavenna attraverso anche al Passo del Maloja, affrontato in discesa. La strada è larga e ben asflatata, in questo gli svizzeri sono di sicuro più precisi di noi, in alcuni tratti tocco anche i 90 km/h, dimenticandomi della caduta da pirla di qualche ora prima.

Sfrecciamo davanti alla dogana a quasi 70 all’ora, davanti a me c’è Stefano poco dietro Ettore, il vento in faccia e il panorama che muta veloce tanto quanto la mia discesa, veloce come il vento che mi picchia sulla faccia.

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E’ stato un giro spaziale, un giro di quelli che non dimentichi. E’ stato un giro diverntente nonostante quella caduta che però non mi ha fermato.

 

 

 

 

 

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