Giro del Demonio

Sabato 7 Settembre 2019

E’ definito il percorso più estremo della Brianza, e un motivo c’è. Il guaio e al tempo stesso anche il bello è che sto per andare a scoprirlo di persona.

Nato da un’idea di Max, che nel 2015, di rientro in treno dalla Muretti Madness, pensò che sarebbe stato bello disegnare un percorso strapieno di muri anche dalle sue parti.  La traccia disegnata fu pedalata con Michele Aquila il quale durante il giro di test esclamò in maniera sincera, “Porco Demonio!” da qui il nome, che comunque non rende bene l’idea di quanto sia estremo come percorso.

 

Per l’occasione questa mattina la gestione della sveglia è stata ottimale (alle 5.40). Dopo una velocissima colazione monto in macchina e parto in direzione di Triuggio, punto di ritrovo per la partenza, manco a dirlo, il cimitero di Triuggio, coincidenze?

Appena arrivo non faccio in tempo a posteggiare e a scendere dall’auto che arrivano anche Walter con il “Nonno” e poco dopo Stefano, Ettore e Alberto a cui va da subito il premio di essere riuscito a caricare la bici su una Fiat Panda.

Mentre ci prepariamo per la partenza arrivano anche Carlo con Francesco (il Manzo), loro sono partiti da casa sciroppandosi quasi 30 km quando ancora all’alba mancava un bel pezzo.

Siamo pronti, si parte! Usciamo dal parcheggio del cimitero svoltiamo a sinistra e…. sbarra del passaggio a livello abbassata! Bene un ottimo inzio. Oggi con la strada siamo nelle mani di Ettore,  è l’unico ad avere la traccia caricata sul Garmin. Sarà la nostra guida, un compito di incredibile responsabilità.

Mentre pedaliamo in direzione di Usmate tutti compatti, mi accorgo che c’è una leggera arietta che mi sbatte sul viso, con lei anche una timida nebbiolina o se preferite la classica schigera della brianza.

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Siamo arrivati alla prima fatica di giornata, siamo arrivati all’inizio della salita di Montevecchia, davanti a quelle pendenze che aumentano ad ogni metro percorso fino a agli ultimi 300 metri che superano il 20%. Una volta scollinato rivolgo lo sguardo alla mia sinistra e vengo come ripagato di tutta la fatica fatta poco prima. Proseguiamo affrontando la breve discesa, anzi brevissima, perchè i successivi 20 km sono tutti un sali e scendi continuo, non c’è tempo per godere della discesa che si riprende subito a salire, e in alcuni casi anche in maniera davvera decisa. Davanti Manzo, Carlo e Stefano fanno il ritmo, io invece come solito arranco per non perdere contatto, un gran classico insomma.

Superiamo Colle Brianza, salita tutto sommato gestibile e pedalabile. Durante il periodo invernale è perfetta per allenarsi, corta, non troppo ripida, peccato per il fondo stradale che in alcuni punti è particolarmente rovinato. Nel gruppo nel frattempo c’è il solito clima di festa, il solito clima di grande ignoranza, risate, tante, e tante puttanate. Nel frattempo Ettore dopo poco meno di due ore dalla partenza sta iniziando a dare i primi segni di sclero, colpa delle continue indicazioni da dover dare al resto del gruppo. Alcune arrivano in ritardo, altre sono sbagliate. Insomma il povero Ettore inizia ad essere bullizzato, se solo sapesse che è solo l’inizio.

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Arriviamo anche all’attacco della salita di Consonno, fortunatamente dal lato meno duro. Ne approfitto per buttare nella pancia un gellino. La storia di Consonno è una storia particolare. Nei primi anni sessanta, in pieno boom economico, l’antico borgo di Consonno viene acquistato da un conte che nel giro di qualche anno lo trasformò in una improbabile paese dei balocchi in stile Las Vegas. Il progetto fallì miseramente qualche anno seguente e la città divenne una città fantasma.

Una volta che la raggiungo, superando anche alcuni tratti di sterrato, mi ritrovo davanti ad un luogo abbandonato fatto di edifici imbrattati e distrutti. Intravendo dalle cime degli alberi la torre del minareto. La vista e il panorama sul Resegone è la sola cosa che si salva.

Scendiamo da Consonno fino ad arrivare ad Olginate, lungo una discesa più lunga di quelle affrontate in precedenza, al termine della quale dopo una curva stretta a sinistra ci ritroviamo Carlo e il Manzo fermi, con quest’ultimo che incredulo guardava il suo cambio completamente spaccato. Impossibile per lui continuare il giro si affretta a chiamare in soccorso il padre piuttosto sconsolato. Dopo circa dieci minuti fermi salutiamo il Manzo, montiamo in sella e riprendiamo il nostro giro.

Affrontiamo la salita di Galbiate per poi scendere verso i laghi di Annone e Pusiano sempre con la solita vista che toglie il fiato e che ti aiuta a recuperare quel minimo di eneregia. La strada ora da un pochino di tregua, i sali e scendi diminuisco nella quantità e sopratutto nelle pendenze.  All’altezza di Cesana Brianza però perdiamo il secondo compagno di viaggio. Il nonno è costretto a fermarsi per un fastidio alla gamba. Ripartiamo in sei e procediamo a passo veloce lungo la strada che ora sarà vallonata nei successivi trenta chilometri. Il ritmo è di quelli tosti, di quelli che non hai modo di distrarti che rischi di perdere la ruota del tuo compagno davanti.

Lo spirito, nel gruppo dopo le prime insidie in salita torna ad essere decisamente più ignorante, le stronzate tornano a farsi sentire e si inizia a fare fatica a trattenere le risate. Intanto il povero Ettore viene constantemente preso di mira e bullizzato ad ogni indicazione sbagliata. Walter è quello che fra tutti ci prende più gusto a scherzare per la svolta sbagliata o la strada errata.

 

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Superati i laghi di Annone e Pusiano ci dirigiamo verso quello del Segrino per poi iniziare a salire verso laBarni e la Conca di Crezzo. La Conca mi distrugge. Salita davvero tosta, salita che le mie gambe non hanno probabilmente saputo gestire nel migliore dei modi. 4400 metri di salita di cui nei primi 2000 la pendenza sfiora il 20%. Un’impresa riuscire a salire senza mai mettere il piede a terra. Davanti a me Carlo e Alberto salgono spediti, staccando anche Walter e Stefano.

Una volta scollinato proseguiamo per Magreglio ma senza fare sosta dalla Patrona, il giro prosegue e con lui anche le salite, poco prima del santuario si svolta a sinistra e si riprende a salire questa volta verso Piano Rancio in quella salita che fa parte del famoso Super Ghisallo. Siamo nel cuore del Triangolo Lariano, la strada attraversa un bosco, il profumo di autunno invade le mie narici arrivando fino alla testa. Mentre pedalo mi tornano in mente le giornate in famiglia nei boschi alla ricerca di Castagne.

Terminati anche questi 5 interminabili chilometri, mi godo quel breve tratto di discesa che mi fa arrivare nuovamente sulla strada che porta al Ghisallo. Riprendo a pedalare in salita, poco più avanti c’è Ettore, mentre decisamente più avanti Stefano e Walter.

Arrivato a Civenna davanti a me si apre il panorama del lago, quel panorama a cui non si può non emozionarsi anche se lo hai già visto tante volte, anche se lo hai già vissuto in passato, la strada ora scende per poi risalire nuovamente per gli ultimi mille metri che mi portano dalla Patrona. Oltre a rifiatare cosa si può fare quando si arriva al Ghisallo? Facile, una foto da paura che testimoni il nostro passaggio e la nostra presenza in questo clamoroso Giro del Demonio.

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Quando rimontiamo in sella per dirigerci verso la vera salita di questo giro, abbiamo messo nelle gambe 100 km e circa 3000 metri di dislivello, la stanchezza inzia davvero a farsi sentire, ma l’umore nel gruppo rimane sempre al top e vi assicuro che, avere compagni di uscita come quelli con cui ho avuto il piacere di condividere questo folle giro, aiuta davvero tantissimo.

Scendiamo nuovamente verso Barni e una volta arrivati a Lasnigo riprendiamo a salire per dirigerci verso il Muro. Io Walter, Stefano e Ettore arriviamo all’inizio di un  sentiero ciclabile, siamo prossimi al muro, e ne approfittiamo per alleggerire l’abbigliamento prima di attaccare a salire. Ci liberiamo il corpo da smanicati e manicotti. Inziamo a percorrere il sentiero e dopo circa 1 chilometro siamo all’attacco del Muro di Sormano.

Eccomi finalmente davanti al Demonio. La mia prima volta sul muro. Visto dal vivo quasi non rende l’idea, visto dal vivo non sembra poi così proibitivo. E’ sufficiente mettere le ruote sulla strada e inziare a dare le prime pedalate, per rendersi davvero conto di quanto sia assurda questa salita. La strada è chiusa al traffico, lo si può quasi definire la ciclabile più dura del mondo, è una salita che non dà mai nessuna tregua, non molla mai, non ti lascia in nessun modo possibilità di rifiatare, anzi ad ongi metro che si supera la pendenza e la fatica sembrano essere sempre più dure.

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Ercole Baldini nel lontano 1962 la definì come una salita “semplicemente bestiale” ogni metro di  altitudine è segnalato sull’asfalto, ogni metro è un gradino che scandisce il tempo sino a  quota 1107 metri, che vi posso assicurare non arriva mai, unica consolazione la salita è lunga “solo” 1,7 Km, ma per me sono stati i più lunghi di tutta la vita. Davanti a me anche Walter ed Ettore risentono delle folle pendenze, mi alzo sui pedali cercando di non abbassare il ritmo già particolarmente lento di suo, ad ogni colpo di pedale sento le mie gambe bruciare, ad ogni colpo di pedale le sento che mi chiedono di fermarmi, ma in questo momento la testa e il mio cuore sono troppo concentrati per dargli ascolto.

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Sconfiggo il Demonio in 15 minuti e una volta raggiunta la Colma posso finalmente sedermi alla Baita Ristoro situata per rifocillarmi con una focaccia farcita e una birra ampiamente meritata. In Baita c’è anche il Manzo che dopo essere rientrato a casa e aver cambiato bici è ripartito raggiungendoci nuovamente. Premio come più combattivo da assegnargli di diritto.

Dopo esserci ripresi, chi più, chi meno, ripartiamo, ma questa volta con la consapevolezza che avremo la bellezza di quasi 14 km di discesa fino a Nesso. Devo essere sincero, mi sono divertito come un bambino al parco giochi. Che bella discesa, che bei tornanti che bella l’aria in faccia e vedere i tuoi compagni felici tanto quanto te. I tornanti che scendono dalla Colma a Nesso sono a mio avviso tornanti speciali, tornanti che ti buttano addosso una quantità di adrenalina che non è descrivibile. Mentre affronto i tecnicissimi tornanti osservo i miei compagni scendere avanti a me. Stefano come sempre scende alla velocità del suono, un proliettile ma di quelli buoni.

Giunti a Nesso spingiamo le bici in direzione Como costeggiando il lago, è pomeriggio inoltrato, la stanchezza inizia a farsi sentire e alla chiusura del giro mancano la bellezza di 68 km e la salita di Civiglio. Pedaliamo compatti lungo la strada che costeggia il lago, davanti al gruppo c’è Carlo che spinge duro, i posiziono a metà del gruppo tenendo la velocità costante. Senza neppure accorgemene arriviamo a Como zona stazione, prima di proseguire verso la salita di Civiglio ne approfittiamo per riempire le borracce.

Manca l’ultima vera fatica, manca la salita di Civiglio. Dal centro di Como ci si arrampica lungo la strada che da subito inizia a salire in maniera netta, violenta. Sento le mie gambe bruciare, sento il dolore che produce lo sforzo una volta che mi alzo sui pedali. In qualsiasi altro momento mi sarei miserabilmente fermato, ma oggi no, oggi c’è da soffrire. Anche Ettore poco avanti a me è andato in crisi. Lo raggiungo e insieme percorriamo l’ultimo chilmetro di strada, tra una battuta e una risata conquistando la cima dell’ultima vera salita di questo pazzo giro.

Siamo ormai alla fine, spingiamo le bici lungo la discesa di Civiglio, in lontananza sono vibili seppur avvolti da un velo di smog, i grattacieli di Piazza Tre Torri a Milano. Arrivati ad Albavilla lanciati a tutta velocità lungo la strada percorriamo un paio di km fuori dalla traccia ufficiale. Quando Ettore se ne accorge e ferma il gruppo una serie di insulti lo investono non senza farci nuovamente ridere come babini felici. Bullizzato tutto il giro il povero Ettore arriva a Triuggio dilaniato dalla fatica del giro e dalla responsabilità delle indicazioni stradali.

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A Triuggio si può finalmente festeggiare, ci fondiamo nel primo bar aperto e con il boccale di birra in mano brindiamo per questo ennesimo capolavoro di giro chiuso. E’ in questi momenti che tutta la stachezza accumulata sparisce come per magia rimane solo l’emozione dei posti raggiunti e attraversati in sella all propria specialissima, rimane solo la felicità di ciò che sei riuscito a fare.

Prima di salutarvi un complimento speciale a chi anni fa partorì questa traccia spaziale, un giro unico nel suo genere, un giro che ogni amatore dovrebbe fare una volta in vita sua.

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