Alpe d’Huez

Domenica 18 Agosto 2019.

Ultimo giorno di vacanza, a Grenoble. La sveglia, probabilmente per colpa dell’agitazione, non ha neppure bisogno di suonare, sono sveglio nel letto da oltre mezz’ora e dopo dieci minuti passati a cercare di riprendere sonno, con scarsi risultati, decido di alzarmi e iniziarmi a preparare.

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In modalità ninja mi infilo nel bagno, illuminando il breve corridoio con la torcia del telefono, mentre mi vesto ripasso mentalmente tutto il materiale che devo portare con me. Oggi si va sulla Dutch Moutain. Quanti di voi la conoscono con questo nome? Quanti di voi sanno il motivo per cui viene chiamata così? La Dutch mountain è l’Ape d’Huez quella che può essere anche definita la maestà di Francia. Salita che ha visto tanti splendidi duelli, salita soprannominata Dutch per via delle otto vittorie di ciclisti olandesi nelle prime 14 tappe in cui si corse durante il Tour.

Ventuno tornanti da affrontare, ma prima dei tornanti ci sono poco meno di 50 km (sempre che non mi perda) di strada da Grenoble. Strada che ovviamente è bella mossa. Un saliscendi bello interessante che mi porterà fino al punto di attacco alla salita.

Alle 6.35 attacco i piedi sui pedali e parto. Fuori è buio, io muoio dal sonno e fa decisamente fresco, 16 gradi per la precisione, tanto da indossare smanicato e manicotti.

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Comincio a salire subito, superata la cittadina di Echirolles, uno strappetto tutto dritto di circa 4 km al 4/5%, di quelli che sembrano non finire più, che quando lo finisci ti sembra essere durata un’eternità. Dopo aver affrontato anche la breve discesa, al termine della quale incontro il torrente La Romanche, che mi  farà compagnia fino all’attacco della salita, mi spingo verso Riouperoux non prima di avere fatto la classica sosta colazione. Opto per fermarmi in uno dei pochi bar aperti lungo la strada, e mi sfamo con un croissant gigante ripieno di marmellata ai frutti di bosco e con una ottima spremuta di arance. Quando riparto la temperatura è salita di qualche grado ma con lei si è alzato anche un fastidioso venticello che manco a dirlo mi soffia contro, me ne libero a Rochetaille, la strada curva bruscamente a destra e dopo circa 7 km superato un ponte sul torrente arrivo a Le Bourg d’Oisans punto di attacco alla salita.

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L’aria che respiro è la stessa che si respira quando si va a fare lo Stelvio, sia chiaro che le salite tra loro sono decisamente differenti, ma la sensazione di essere in un posto che conosce solo la lingua del ciclismo è palpabile. Lungo il tragitto da Grenoble, per strada, ho incrociato una quantità di ciclisti che non immaginate. Come sullo Stelvio, anche qui i tornanti sono numerati in ordine decrescente, a scandire a ritroso l’interminabile fatica sui pedali; su ciascuno di essi un cartello segnala un vincitore, cominciando dai più remoti, e il 21 è dedicato, ovviamente, a Fausto Coppi, primo a trionfare su questa montagna nel 1952.

Le pendenze sono subito traumatiche, intorno all’12%, e si mantengono tali anche dopo il primo tornante, con un altro rettilineo in tutto simile a quello appena percorso. Sono solo all’inizio le gambe però girano bene, merito anche dei 50 km fatti da Grenoble  la costante durezza della strada impone di trovare già su queste prime rampe una cadenza di pedalata che non porti in affanno: l’ascesa è lunga e impegnativa fino alla fine, e andare fuori giri qui significa dover pagare più avanti.

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Passato il secondo tornante, gli altri si susseguono a distanza più ravvicinata, ma tutta questa prima parte di salita rimane sempre ostica – due chilometri e mezzo tremendi dal primo all’ultimo metro, che non concedono mai respiro fino al diciassettesimo tornante (quello di Joaquim Agostinho, vincitore nel 1979; a lui è dedicato anche un monumento commemorativo più avanti, al tornante 14). Qui la pendenza inizia finalmente a calare e all’altezza dell’abitato di La Garde la strada spiana per pochi metri, quel tanto che serve per riprendere fiato. Case in legno circondate da montagne che sembrano parlare, aria fresca e quel profumo che solo la montagna sa regalare. Prendo appunti, che una volta in pensione non sarebbe male trasferirsi qui.

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La serie di tornanti rende la salita quasi ipnotica, a tratti magica. Difficile da spiegare, ma la salita all’Alpe d’Huez  con la sequenza  “rampa – tornante – rampa – tornate” non ti da modo di pensare ad altro e vieni inglobato da questa ripetitività dimenticandoti di tutto il resto, anche della fatica. Ogni metro di asfalto superato porta ancora i segni delle battaglie a cui ha assistito. Enormi scritte con vernici di ogni colore ricoprono la strada che continua a salire. Il chilometro che segue, al 7%, è uno dei più agevoli di tutta l’ascesa; dopo, la strada si assesta su pendenze decisamente più impegnative, mentre i tornanti successivi (dal 13 all’ 8) si susseguono a distanza regolare. La strada è ampia e ben tenuta, ma l’ombra è cosa rara e il sole ora picchia senza riguardo, aggravando non poco la mia fatica.

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Il tornante numero 7 (a quota 1390 m, dopo aver percorso più di 8 km di salita) è il primo dei due dedicati a Gianni Bugno, che qui vinse nel 1990 e nel 1991, e a lui si lega uno dei tratti più duri de tracciato tanto dal costringermi prima di alleggerire il rapporto, poi di alzarmi sui pedali per superare un breve tratto molto duro.

 

Passata la chiesetta di St. Ferréol (proprio sul tornante; subito dopo, sulla destra, c’è la possibilità di rifornirsi d’acqua), il paesaggio cambia e per la prima volta si intravede la meta. Non c’è agio di contemplare il panorama, perché subito le pendenze tornano a sfiorare il 10%, mentre all’uscita del tornante successivo toccano il 13-14%, la punta massima dell’ascesa.

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Arrivati all’incrocio della Patte d’Oie, a tre chilometri circa dalla fine, la strada si divide: il percorso ufficiale impone di prendere a sinistra (direzione Station entrée Ovest), ignorando l’altra opzione – in caso contrario, si arriva ugualmente in cima ma si perdono gli ultimi tornanti, e i due che arrivano subito dopo sono dedicati alle vittorie di Marco Pantani nel 1995 e nel 1997. Questi tornanti segnano anche il momento in cui non sono stato più in grado di nascondere l’emozione scoppiando in un pianto di gioia.

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Inizio ad avvertire anche la stanchezza, stringo i denti e metto in pancia una barretta consapevole che manca poco alla vetta. L’ultimo tornante, accolto con effimero sollievo, immette a una rampa assai dura di circa 700 metri che conduce a Place Paganon (1764 m), dove è posto lo striscione d’arrivo ma in realtà la strada prosegue, così io continuo a pedalare per oltre un chilometro per raggiungere quota 1815. Sono però finite le tribolazioni e con loro la fatica vera, perché la salita continua ormai senza cattiveria e i pochi metri che restano per raggiungere Avenue du Rif-Nef, tradizionale arrivo del Tour, sono quasi una passerella trionfale.

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La salita all’Alpe d’Huez è una salita ipnotica, con un panorama meraviglioso che a tratti toglie letteralmente il fiato. Una salita che una volta che l’affronti ti senti come in una tappa del tour.

Dopo aver conquistato la vetta scendo fino al paese di Huez decidendo di godermi il mio personale premio, una meravigliosa birra ghiacciata con vista sulle montagne che abbracciano l’Alpe. Non sò se è stata la birra più “dolce” e meritata che io abbia mai bevuto ma posso dirvi che è stata sicuramente la più cara. 9€ per una birra media non li avevo mai pagati in vita mia.

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Gustata e goduta la mia birra sono pronto per affrontare la discesa e il rientro a Grenoble. Lungo la discesa mi godo nuovamente il panorama che offre l’Alpe una volta che la si è conquistata, affronto i tornanti in discesa pensando che è la prima volta che porto la Renata su una vera salita. E’ una discesa veloce, non particolarmente tecnica, la strada larga permette di prendere le traiettorie più sicure lungo la discesa.

Una volta finita ripercorro la strada fatta all’andata rientrando in albergo con gli occhi ancora a forma di cuore per aver vissuto una bellissima giornata.

 

 

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