Sighignola, sul Balcone.

Mercoledì 20 marzo 2019

 

Ci sono giri che nascono senza un vero motivo. Ci sono giri che rappresentano come delle voglie, esattamente come la voglia di un dolce, dopo cena quando sei sul divano.

Ci sono giorni in cui mi sveglio con la voglia di mangiare un piatto particolare e ci sono mattine in cui invece mi sveglio e ho voglia di arrivare in cima e ammirare la vista che solo la vetta può donarti. Sarei ipocrita a parlare solo di vette e panorami, i giri che nascono senza un particolare motivo profumano di libertà,  di spensieratezza. Sono quelli che io definisco i giri più puri, i giri che ricorderai per sempre. Da questa necessità nasce il giro di oggi. Questa voglia mi ha portato a voler salire in cima alla Sighignola più conosciuto come “Il Balcone d’Italia”.

Sono le 9.30 di un mercoledì mattina, sono vestito con tanto di caschetto e capellino Controvento in testa, per l’occasione oggi sfoggio l’evergreen “Viva La FUGA”. Sono pronto per il mio giro. La giornata è perfetta per arrivare dove mi sono prefissato. Cielo terso, neppure una nuvola. Uscito di casa spingo la bici in direzione Como, la strada per arrivarci è  sempre la solita, Saronno, Rovello poi si taglia da Bregnano e Bulgorello, si transita per strade che da sempre vedono poche auto e tante bici.

Prima di arrivare a Como la solita discesona della Napoleona fatta a tutta con il vento che sale dal lago in faccia e con le auto che non ce la fanno a non battezzarti quando ti sorpassano, ma questa è un’altra storia, ma giuro che presto vi dirò la mia su questo “odio” su questa mancanza di rispetto reciproco che c’è tra auto e bici (specie se da corsa).

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Una volta arrivato a Como mi dirigo verso Cernobbio per una colazione in riva al lago come si deve; e per come si deve, intendo caffè e brioches seduti, con il lago a fare da sfondo. Ero ignaro che a Cernobbio il Mercoledì fosse giornata di mercato in piazzetta; così, per arrivare al bar devo schivare un po’ di persone- Dopo un primo tratto fatto comunque in sella alla bici devo staccarmi dai pedali e fare gli ultimi 100 metri a piedi spingendola a mano. Consumata la colazione e dopo aver fatto una visitina alla toilette del bar sono pronto a ripartire, direzione Argegno.

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Poco prima di Moltrasio al bivio, decido di prendere quel tratto di strada che costeggia il lago, meno trafficato di auto e decisamente più emozionante, a mio parere, della strada alta. E’ un susseguirsi di sali e scendi sempre con il lago a fare da sfondo, è un pedalare diverso oggi, è un godersi il viaggio in tutte le sue forme, senza alcuna ansia, alcuna preoccupazione, fanculo alla media, alla VAM alla frequenza di pedalata, oggi conta solo la strada che fai e dove arrivi ma sopratutto conta ciò che ti terrai come ricordo da questa pedalata in solitario.

Dopo aver superato la città di Brienno, arrivo finalmente ad Argegno, sfruttando quel breve tratto di strada in discesa. Per un attimo, alla vista del bar lungo il lago ho l’instinto di fermarmi per un secondo caffè, ma alla fine desisto e tiro dritto, spingendo la bici in piedi sui pedali fino a incontrare alla mia sinistra la strada provinciale della Valle d’Intelvi. Ecco la mia strada; la imbocco. La pendenza si fa sentire da subito, si attesta intorno al 8% e non molla, neppure lungo quei due tornanti che si incontrano. Per fortuna che c’è il lago di Como a fare da sfondo, e che sfondo. Il cielo limpido permette di vedere nitidamente tutta la sua sponda, è talmente bello che quasi non mi accorgo neppure della fatica che sto facendo. La strada continua a salire secca, alleggerisco il rapporto e proseguo a salire con gli occhi fissi su quella porzione di lago che si apre davanti a me.

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Arrivato al comune di Dizzasco la strada finalmente sembra spianare quel che basta per darmi un pochino di respiro, butto un occhio al ciclocomputer e scopro che nei primi 5 km ho coqnuistato ben 600 metri di dislivello. Quella che sto percorrendo è una strada nuova, mai fatta in bicicletta. Ho già visto che, una volta conquistata la cima, il panorama è unico, l’ho visto dalle foto di tanti amici ciclisti, ho sentito i loro racconti, ed erano pieni di emozione per quella vista che questa salita regala una volta conquistata.

Il lago però non si vede più. La strada è poco trafficata ma al tempo stesso anche abbastanza dissestata, specie in alcuni punti. Lasciando l’abitato di Dizzasco la sede stradale si restringe decisamente senza però aumentare la sua pendenza (per fortuna).

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Arrivato a Castiglione d’Intelvi circa un chilometro dopo il cartello che ne annuncia il paese si apre davanti a me la strada che porta al centro città. Lungo le strade del paese non c’è anima viva, il passaggio con la bici rende la cosa piuttosto strana, a tratti surreale. Inizio a sentire la stanchezza oltre che la fame. La strada poco prima di San Fedele D’Intelvi spiana ancora diventando a tratti quasi un timido falsopiano, superati un paio di tornanti  sono nel centro del paese. Alla mia destra una serie di strutture commerciali, alla mia sinistra invece si apre un grande parcheggio. Decido di appoggiare la bici e approfittare di una comoda panchina al sole per consumare il mio pranzo. Pranzo, insomma, un toast con due fette di prosciutto cotto.

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Finito il mio pranzo, decido di non regalarmi neppure un caffè. Rimonto in sella e riprendo a pedalare. Con la pacia piena mi sembra di stare meglio, la pausa di un quarto d’ora ha aiutato. Mi manca poco meno della metà per arrivare in cima.

Prima di arrivare al paese di Pellio mi balza in mente di fermarmi, girare la bici e tornare a casa. Mi rispondo che sarei un pazzo a fermarmi ora. Proprio ora che sono arrivato a Pellio, che mancano dieci chilometri per la vetta. Dieci chilometri per vedere con i miei occhi dal vivo quella straordinaria vista. Dieci chilometri per mettere in bacheca un’altra salita conquistata. No. Non posso girare la bici e tornare verso casa. Significherebbe aver buttato nel cesso tutta la fatica fatta per arrivare in cima. Non posso mollare ora.  Proprio mentre me lo ripeto come un mantra sento che la strada sta lentamente riprendendo a salire con decisione.

Supero il bivio, che se imboccato porta in Svizzera,  proseguo lungo la stada che si apre alla mia destra, seguo le indicazioni riportate da un cartello che recita “Balcone d’Italia”. Arrivo finalmente a Lanzo. Ora i chilometri mancanti sono sei, ma saranno decisamente i più faticosi, in particolar modo gli ultimi quattro. Altro problema serio sono le condizioni della strada. Pieno di buche, in alcuni punti davvero spaventose. Ci sarà da stare attenti in discesa.

Mancano ancora tre chilometri. Ecco questi tre chilometri sono stati per me interminabili. Colpa del bosco in cui la strada corre o colpa mia che ho “smania” di arrivare in cima. Il passaggio dentro al bosco è suggestivo e particolarmente fresco. Arrivato ad un tornante la vista si apre sul Lago di Lugano, semplicemente spettacolare.

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Mancano però ancora due chilometri per la cima. Mancano due chilometri per arrivare sul balcone. Due chilometri lungo una strada sempre più dissestata e con un profumo di salamella nell’aria che, ad essere onesti mi ha particolarmente aiutato a rendere più breve la percorrenza. Quel profumo di salamella mi ha fatto ricordare che in uno dei tanti racconti ascoltati, qualcuno mi disse che in cima c’era un magnifico chiosco che spesso faceva salamelle alla griglia. Mi sono alzato sui pedali e, cercando di schivare più buche possibili arrivo finalmente in cima.

Gente, che roba assurda! Che panorama! Per un attimo ho smesso di respirare, perchè quel mio respiro affannoso rovinava il momento.

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Nel frattempo scopro che il chiosco posto in cima è chiuso e che il meraviglioso profumo di salamelle arriva da uno dei barbecue posti nel piccolo parco giochi subito sotto al balcone. Beh, che ci crediate o no, con questa vista, con questo profumo di vittoria per essere arrivato in cima, la mancanza di quella salamella, sognata e assaporata con il pensiero passa in secondo piano.

 

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Davvero senza parole. Un posto e una vista che ad oggi conquistano il primo posto per distacco.

Dopo aver consumato una barretta e un fantastico gel (ah, ho trovato un gusto top, caramello salato, raga, è buonissimo) sono pronto per tornare verso casa. Discesa che nella prima parte risulta particolarmente complicata da affrontare per via delle sopra citate buche. Una volta arrivato a Lanzo il fondo stradale torna ad essere più percorribile, così da poter divertirmi in sella all Peppa. Come già successo in passato, la bici in discesa sembra facilissima da governare. Il suo sterzo rende le traiettorie più semplici da prendere e la sicurezza dei freni a disco fanno il resto. Ovviamente lungo la discesa c’è tempo anche per imboccare la strada sbagliata. Per fortuna me ne sono accorto quasi subito.

Arrivato nuovamente ad Argegno, con 98 km nelle gambe, e quasi 2000 metri di dislivello, penso che potrei anche chiuderla in stazione a Como, saltare sul primo treno diretto a Milano e trascinarmi da Garibaldi o Centrale fino a casa. Che #FreedomRide del cazzo sarebbe? Provo a convincermi che alla fine saranno solo 40 Km in più di strada quasi tutti piatti. Arrivo ad un ragionevole compromesso. Niente treno ma neppure salita di San Fermo. Per tornare a casa passero da Via Rimoldi, quella via che si apre a destra una volta terminata Via Grandi, per farla più semplice la via che corre parallela alla Napoleona. Una salita più corta rispetto a quella di San Fermo e anche più pedalabile. terminata questa, prima di arrivare a casa, ne mancano ancora due, quella di Fino e quella di Lomazzo, che sono poi dei piccoli strappetti, insomma dai, il peggio è davvero alle spalle.

Mentre pedalo verso casa mmi viene difficile non pensare a quel panorama visto dal vivo un’ora prima. Un panorama ancora una volta conquistato in sella con le mie gambe.

 

 

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