Bisbino

Per raccontarvi a dovere quest’avventura bisgona partire dal giorno prima. Sabato sera, dopo cena e dopo una giornata intera sugli sci, sono sul divano in stato semi-comatoso, sento Morfeo che sta per prendermi la mano, pronto ad accompagnarmi nel sonno più profondo e nei sogni più dolci, quando ad un tratto penso che domani è Domenica e potrei andare in cima al Monte Bisbino. Sì lo sò, non è normale pensare a certe cose proprio quando stai per addormentarti, anche perchè il pensiero ha fatto scappare Morfeo alla velocità della luce. Avrà pensato, che non aveva senso accompagnare nel sonno un pazzo che alle 22.25 del Sabato sera pensa a dove andare il giorno seguente con la bici. Come dagli torto.

Così è deciso, domani si sale fino in cima, domani si va a posare le ruote della Mya su tratti di asfalto mai visti prima, mai esplorati. Decido però di non puntare la sveglia, ho bisogno di dormire dopo la giornata di oggi.

L’indomani mattina, mi sveglio che sono le 8.30, cielo terso e un sole che fatica a scaldare, nella notte la temperatura è scesa sotto lo zero, me ne accorgo dal sottile strato di ghiaccio che si è formato sul tavolino di metallo in giardino, fa decisamente un cazzo di freddo. Decido di partire dopo le 10, oggi non sono pronto a combattere contro le rigidi temperature.

Una volta partito, spingo la bici in direzione Saronno, la strada fino a Como ormai la conoscete anche voi, è un piattone unico, fatta eccezione per tre piccoli strappi, il primo a Lomazzo, il secondo a Bregeno e l’ultimo a Fino Mornasco. Il freddo si fa sentire, mentre pedalo penso a quanto manca alla primavera, quanto manca a temperature più miti.  Perchè non vivere in un posto dove per tutto l’anno ci sono temeperature vicine ai 20/22 gradi? Ok sto divagando, però pensate che figata sarebbe. A pensare ad un giro in bici con queste temperature mi sembra di percepire maggiormente il freddo, quindi meglio pensare ad altro; tipo al fatto che ho il copertoncino posteriore all’osso, come mi piace rischiare ad ogni uscita. (Sono un Pazzo lo sò)

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Il famoso strappetto di Bregeno lo affronto con buon piglio, più della metà in piedi sui pedali, per poi arrivare in fondo con la lingua che potrebbe tranquillamente toccare l’asfalto, se non altro mi sono scaldato un pochino. Credo di averlo già detto in altre occasioni, sarò eventualmente ripetitivo; uno dei momenti più divertenti della strada verso Como è senza dubbio la discesa di Via Napoleona. Poco meno di 2 km su una strada a due corsie che curva leggermente a sinistra dopo il primo breve tratto. La discesa della Napoleona come la si chiama in gergo, o anche la discesa di Cameralta, dal nome del quartiere dove la strada comincia a scendere, è da fare scannellando, è da fare senza mai smettere di pedalare, solo così si possono raggiungere picchi di velocità spevantosi.  Sento l’aria fredda che mi taglia le guance, il ciclo computer segna 54 km/h, ho visto velocità più elevate, il freddo di certo non aiuta.

Arrivato a Como spingo la bici verso Cernobbio. In strada ci sono parecchi amatori, chi da solo chi in gruppo, poco prima di Fino Mornasco ho anche incrociato alcune facce note di Instagram. Una volta preso il bivio per Cernobbio la strada tende a scendere leggermente, davanti a me lo spettacolo del lago che riflette i raggi del sole. Come si fa a non amare la bici??

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Mi dirigo verso la “piazzetta” di Cernobbio per gustarmi un caffe prima di affrontare la salita che mi porterà in cima al Bisbino. Arrivato davanti al bar, la delusione della giornata, è chiuso per tutto il mese di Gennaio. Niente caffè. Deluso, rimonto in sella e mi spingo verso il centro città.

Superata la caserma dei carabinieri di Cernobbio, inizia ufficialmente la salita. I primi trecento metri sono molto soft, dopo aver superato una curva a destra la strada comincia a salire con più decisione. Nella prima parte il sole illumina e riscalda la strada, che mantiene una pendenza regolare, sento profumo di cibo uscire dalle finestre delle case che si affacciano sulla strada. Man mano che si sale, le abitazioni lasciano spazio alla natura e ad un silenzio meraviglioso, interrotto solo dal passaggio di qualche sporadica auto.  Il Lago di Como fa da sfondo durante questa prima parte di salita, mentre più in lontananza la città di Como che ad ogni colpo di pedale, ad ogni metro conquistato diventa sempre più piccola.

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Inzio a sentire un po’ di fatica, inzio a sentire i primi postumi della stanchezza, rallento il ritmo, che già di suo non era così alto, come sempre del resto. Butto nello stomaco la solita immancabile banana. A circà metà salità vengo superato da un ragazzo che viaggia ad una velocità supersonica, provo a stargli un po dietro, sarò durato forse 500 metri. Mamma che penosità oggi. Nella testa inzia a balenarmi l’idea di girare la bici e tornare verso casa. E’ una lotta tra testa e cuore, la prima mi dice di mollare, il secondo mi dice di proseguire. Mi alzo sui pedali provo a darmi un po di ritmo, provo a concentrarmi su altro a non pensare a quell’idea di mollare, di tornare verso casa. Apro un gellino, bevo un sorso d’acqua e Polase e proseguo a salire.

Poco dopo incroio nuovamente il ragazzo supersonico, fermo sul ciglio della strada che sta girando la bici per scendere. Ecco, è un segnale, penso tra me e me, mentre continuo a salire.

La strada in alcuni punti si restringe ancora di più, e va detto che già di suo non è poi molto larga, il fondo in alcuni tratti è un po’ rovinato, ma nel complesso è abbastanza buono. Da segnalare due tornanti in ciottolato, tipo pavè, superati senza troppe difficoltà.

La strada continua a salire, come spesso mi capita in salita, anche oggi non ho la minima idea di quanto manchi alla vettà, sull’asflato iniziano a comparire dei numeri, sono i chilometri che mancano, e il numero che ho appena superato diceva 6.

Sei chilometri alla cima, ora il lago non si vede più, sono entrato in un magnifico boschetto di betulle e abeti, mentre sulla strada inizia a comparire anche un soffice e sottile strato di nevischio. La temperatura dentro al boschetto si fa più rigida, le mie mani lo sentono subito. Proseguo lungo la strada, ora mancano 4 chilometri, i pensieri brutti, e per brutti intendo quelli lanciati dalla testa, sono spariti. Anche la testa ha deciso di collaborare e ora lancia al corpo messaggi subliminali, immagina anche come sarà una volta in cima.

 

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Si continua a salire sempre costante, senza strappi, ma anche senza pause, mi sono  abituato alla temperatura e mancano solo due maledetti chilometri alla fine. Sono davvero stanco, penso per una volta di aver sottovalutato questa salita. Sorrido, perchè in fondo sò che arriverò in cima, e poco importa se la VAM sarà ridicola, non è ciò che mi interessava, non è ciò per cui monto in sella ad una bici.

lo strato di neve si fa sempre più ruvido, all’ultimo tornante prima della vetta incontro alcune famiglie che stanno per prendere un sentiero che si perde nel bosco, mentre due ragazzini giocano con la neve. E’ finita! Sono in cima, e fa un freddo bestia!

Appoggio la Mya vicino ai gradini che portano al Santuario, nel frattempo mi godo la vista. Beh, vista è un parolone, sono arrivate le nuvole e anche un velo di foschia, quindi non è il massimo. Mentre metto sotto i denti e nello stomaco una barretta provo una certa soddisfazione per essere arrivato in cima. E’ una salita nuova da annoverare tra quelle già fatte. E’ una vetta raggiunta sconfiggendo quella semi voglia di girare la bici, è una vittoria contro se stessi.

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Ora è tempo di scendere. Già, la discesa. Visto la temperatura decido di mettere anche una mantellina. Rimonto in sella e mi appresto ad affrontare la discesa. E’ tecnica fin da subito, e i primi tornanti mi tocca farli con quello strato di nevischio sull’asfalto. La strada stretta e la totale assenza, in alcuni tratti, di protezioni lungo la rendono ancora più insidiosa. Scendo lentamente dando qualche dolce tirata al freno anteriore. L’aria che mi arriva in faccia è gelida, si infrange in quei pochi millimetri di pelle rimasta scoperta tra gli occhiali e lo scaldacollo. Quando finalmente la strada non è più coperta dal nevischio mi rilasso e aumento la velocità., senza però esagerare. Il freddo si fa sentire nelle mani, quasi a darmi quella sensazione di fatica a frenare.

Una volta ritornato nel centro di Cernobbio torno verso casa, decidendo però di non passare per la salita della valfresca che porta a San Fermo della Battaglia ma di tirare dritto verso Como e salire verso Fino Mornasco da Via Teresa Rimoldi, una strada che corre parallela a Via Napoleona e dove il traffico è pressochè inesistente. A Fino poi devio da Portichetto verso Cadorago evitando buona parte del traffico, e permettendomi di non transitare nella stessa strada fatta all’andata (è una mia fissa mentale questa.)

 

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C’è tempo prima di arrivare a casa per un accenno di discussione con un simpatico automobilista. Pare che avesse fretta, e non accettasse il fatto che io volessi preservare le ruote della mia specialissima dalle buche presenti sul ciglio della strada. E’ stato solo un accenno, ero troppo stanco e troppo infreddolito per fermarmi a discutere.

Una volta a casa, credo di aver passato 40 minuti in doccia, ma solo dopo aver scaricato il giro su Strava (altra magnifica fissa mentale) e poi dopo una mezzoretta di relax e streaching una meritata birra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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