Vigorelli Ghisallo

Serviva solo un po’ di coraggio mischiato a una buona dose di ignoranza.

Direi che la possiamo riassumere così la Vigorelli-Ghisallo, corsa domenica 28 ottobre, però ho intenzione di raccontarvi tutto quello che è successo, quindi mettetevi comodi.

Domenica mattina, apro gli occhi che sono le 6.10, cerco di “allungare l’orecchio” oltre le finestre e le persiane per capire se fuori c’è o meno il diluvio tanto annunciato alla vigilia.

Mentre sono ancora nel letto, per un attimo sembra che fuori la pioggia abbia dato una tregua. Mi alzo di scatto, corro in cucina e prima ancora di accendere la macchinetta del caffè, spalanco persiane e finestre e scopro che fuori non solo non ha semesso di piovere, ma se possibile, ne viene giù ancora di più. E così il primo vaffanculo di giornata è presto assegnato.

Mentre sorseggio il caffé sulla soglia del giardino di casa, osservando  la pioggia cadere copiosa e senza tregua, ho pensato di tornare a letto, per un attimo ho pensato che non ne valeva la pena uscire con questo diluvio. Per un attimo ho pensato di non partecipare, di abbandonare in partenza. E’ stato solo un attimo, come ne capitano a volte, poi ho pensato che al Vigorelli avevo appuntamento con il Gerva (alias Luca Paolini) e che non potevo paccare l’incontro.

Inzio a vestirmi, rendendomi conto che è arrivata la stagione in cui un ciclista impiega più tempo a vestirsi che non ad uscire a pedalare. Per l’occasione e per contrastare pioggia e freddo, il vestiario è di quelli da palombaro. Bib corti con gambali antipioggia (che tutte le volte che indosso mi sembrano autoreggenti) maglia estiva con sotto una termica da 4°C, giacca invernale, impermeabile e come sempre sotto al casco il cappellino; visto il diluvio in corso e memore di cosa è successo un mese e mezzo prima sullo Stelvio, decido anche di mettere i copriscarpe.

Arrivo al Vigorelli alle 7.50, ci sono già i primi partecipanti che stanno ritirando il pettorale, la pioggia ovviamente continua a cadere senza sosta. Dopo aver scaricato la bici dall’auto mi metto in coda per il ritiro del mio numero di gara, mentre sono in fila, ancora visibilmente addormentato, sento una volce chiamarmi, mi giro e da una jeep bianca c’è il Gerva che mi saluta, mostrandomi dal finestrino braccioli maschera e boccaglio, giusto per ironizzare su queste pessime codizioni meteo.

Ritirato il numero , mi appresto ad attaccarlo sulla Mya, mentre litigo con le fascette un brivido di freddo mi sale lungo la schiena.

img_6386

Preparata la bici, la porto nel parco chiuso situato nel corridoio del Vigorelli che porta all’ingresso della celebre pista.

Una volta entrato al Vigorelli è proprio la pista a catturare la mia curiosità. Mi viene difficile riuscire a spiegarvi a parole cosa ho provato e cosa ho sentito vendendo quella pista. Perchè il Vigorelli è una specie di mecca della velocità a pedali, così come lo è anche il Ghisallo.

Il legno della pista di questo Velodromo è come se parlasse, quel legno ha visto una quantità di leggende e storie che non basterebbe una vita a raccontarle, sono letteralmente ipnotizzato, le pendenze della pista sono spaventose, il solo immaginare di sfrecciare su una bici a scatto fisso senza freni mi fa impazzire.  Faccio colazione con caffè e briosche, gentilmenti offerti da uno degli sponsor dell’evento, senza mai spostare gli occhi da quella pista Mi sento un bambino, un bambino che è entrato in un parco giochi. L’acqua bagna parte della pista, rendendola come più luminosa.

 

A distogliermi da questo spettacolo ci pensa il Gerva. Finalmente ci conosciamo di persona, dopo quasi un anno abbondante a scriverci tra social e sentirci per telefono finalmente ci vediamo. Persona unica, disponibile per nulla  menosa, alla mano come poche, uno sempre pronto a farsi una risata. Poco dopo arriva anche Paolo Bettini, ospite d’onore della corsa, il cui nome è legato in maniera indissolubile a quello del Ghisallo, perchè in cima al Ghisallo conquistò “Il Lombardia” del 2006 il tutto indossando la maglia iridata di campione del mondo, inmoltre al museo, posto di fronte alla chiesetta dei ciclisti in cima alla salita, c’è da circa due mesi una mostra dedicata a lui.

 

img_6405

Tra gli ospiti vip c’è anche Francesco Toldo, ammetto che ci ho messo un po’ a riconoscerlo, complice il caschetto in testa, una volta riconosciuto non ho resistito a dirgli di persona quanto mi abbia fatto godere in quella semifinale contro l’Olanda agli Europei del 2000.

Ci siamo quasi, siamo quasi pronti alla partenza, è ora di andare a conquistare questa cima, poco importa se il tempo e la pioggia proveranno a fermarmi, mi basterà il coraggio, mi basteranno le gambe e un po’ di cuore, in fondo il ciclismo in questi anni mi ha insegnato che certe condizioni meteo servono solo per rendere la conquista ancora più epica.

48442d0a-9ee1-4374-bb08-d704c5b65e20Foto a cura di Comitato Vigorelli-Ghisallo

Si parte scortati dalla Polizia fino all’ingresso del Parco Nord, durante il primo tratto di strada lungo le vie di Milano assisto alla caduta di due ragazzi al mio fianco, colpa della pioggia, del pavè e dei dannati binari del tram. L’acqua continua a cadere incessante, c’è acqua ovunque, ne cade talmente tanta che penso di non poterla sopportare, di non farcela, ma poi mi bastano quattro pedalate per abituarmi e non ci faccio più caso, anzi in certi casi diventa quasi piacevole. L’acqua non cade solo dai nuvoloni che coprono il cielo di Milano, l’acqua ti arriva in faccia anche dalle ruote di quelli che ti stanno davanti, nel mio caso il Gerva, l’acqua arriva addosso dalle auto che ti passano di lato. Dopo solo 5 km sono letteralmente zuppo, ma non dò importanza, penso che il ciclismo sia fatto anche di pioggia, vento e gelo, e non solo in quello dei professionisti ma anche nel ciclismo degli amatori.

Pedialiamo in gruppo compatti fino al Parco Nord, procedendo ad un’andatura costante, davanti a me ho Il Gerva, dietro due ragazzi conosciuti alla partenza, mentre attraversiamo il parco, l’acqua si mischia con il fango, superiamo un breve tratto di strada piastrellata, ed è un attimo che sembra di fare una Roubaix.

Dopo aver lasciato il Parco Nord il gruppo si allunga, le ruote più veloci prendono il largo, così perdo inevitabilmente contatto con Luca, la sua gamba è decisamente troppo per pensare di riuscire a tenere il suo ritmo e arrivare in cima con lui.  Arriviamo a Monza, e mentre costeggiamo la villa noto alcuni occhi fissare me e il resto del gruppo in maniera stranita, poco dopo passiamo di fianco a dei ragazzi che osservandoci dal marciapiede si mettono ad applaudirci ed incitarci, rendendo per un attimo il tutto meno duro meno faticoso ed estremamente ripagante. Usciti da Monza inzia la parte divertente, è arrivato il momento di abbandonare la pianura per cominciare con i sali e scendi. Insomma è arrivato il momento dei primi strappi, il momento della salita e di conseguenza anche della fatica.

Per arrivare al Ghisallo la corsa prevedeva la possibilità di scegliere il versante da dove salire. Canzo o Bellagio, il primo più corto e meno impegnativo rispetto al secondo. Fin dallo start al velodromo avevo già deciso che sarei salito da Canzo, anche perchè prevedevo di rientrare poi a casa in sella alla Mya, portando il chilometraggio finale a circa 150 km.

La prima salita è quella di Canonica poco dopo Monza, porta fino a Tregasio non è lunga ma in alcuni punti la pendenza si fa sentire, mentre l’affronto in piedi sui pedali sento l’acqua che mi cade sul viso togliendo però solo in parte il sudore del pedalare, così mi ritrovo a strizzare gli occhi, perchè nel mentre ho tolto gli occhiali, si appannavano all’instante impedendomi di vedere.

img_6432Foto a cura di Comitato Vigorelli-Ghisallo

Affronto la salita con una buona gamba, ma il vero problema oggi è la discesa. In discesa la pioggia ti colpisce sul volto come se fossero dei pallini sparati da una pistola ad aria compressa, In discesa la bici frena a fatica per la tanta acqua che dagli immensi prati si riversa in strada tasformando ques’ultima una specie di fiume.

Il sali e scendi prosegue attraversando i paesi di Besana in Brianza, Monticello, Barzanò e Barzago. Una volta arrivato a Bosisio Parini davanti a me si apre uno scorcio di Lago di Pusiano. Ne costeggio una piccola parte dirigendomi con le ruote della bici verso un altro lago, quello di Segrino.

img_6408

Mentre mi appresto ad affrontare la salita, sono fradicio come mai prima in vita mia, di smettere di piovere ovviamente non se ne parla. Il primo tratto di salita è molto pedalabile, lo affronto senza grandi sforzi cercando quanto possibile di evitare le piscine che incontro lungo la strada. C’è chi è meno fortunato di me (per una volta) e si deve fermare per una foratura, lungo la strada ne ho contati almeno due.

Arrivo a Canzo, l’ultimo tratto di strada è salita vera, ma la gamba c’è ancora, sembra essere direttamente proporzionale alla pioggia che ho dovuto sopportare, che mi ha reso i vestiti più pesanti di almeno due chili.  Canzo, Asso, Lasnigo, Barni, è tutta salita ma che non fa paura, e a Magreglio una volta superata la piccola curva, dal parcheggio posso finalmente vedere il cartello del passo e posteggiato poco dopo il bus Mapei, al suo fianco le ammiraglie di QuickStep e Orica Scott, sembra un arrivo di quelli dei professionisti, di sicuro sarà un arrivo che non dimenticherò mai.

Quando passo sotto al gazebo della Titici Bike, gli organizzatori si congratulano per questa mia, e di tutti gli altri partecipanti al via (su 100 ne sono arrivati 98) piccola impresa. Lascio la Mya nel parco chiuso delle bici situato tra la chiesetta dei ciclisti e il museo del Ghisallo, dove dentro mi attende il mio pranzo e la mia birra. Dentro al Museo rivedo il Gerva, ci scambio altre due chiacchiere, prima di addentare un panino al prosciutto. Penso a come rientrare verso casa, da qui ci sono circa 60/70 km, nelle gambe ne ho già messi 72 con circa 1000 e qualcosa metri di dislivello, fuori il tempo è ancora uno schifo, ho i vestiti zuppi e inizio ad avere freddo. Sembrerebbero tutte ottime giustificazioni per scendere ad Asso e salire su un comodo treno,  ma come detto all’inzio serviva coraggio e ignoranza, ora è il momento dell’ignoranza.

img_6444Foto fornita da Titici

Rimonto in sella e inizio ad affrontare la discesa vero Bellagio. Come previsto la strada bagnata non mi consiglia di percorrerla a velocità folli, se poi ci aggiungi che i pattini dei freni sono praticamente quasi all’osso, mi sembra per una volta molto saggio, scendere con tutta la prudenza e la calma di questo mondo. Sto invecchiando, non mi spiego altrimenti tutta questa saggezza, forse a pensarci bene, oltre alla vecchiaia, la saggezza arriva dal fatto che, meno di un mese fa, scendendo dal Ghisallo avevo avuto un incontro ravvicinato con asfalto e marciapiede, per fortuna senza gravi conseguenze.

Superata l’insidia della discesa, inizio a pedalare costeggiando il lago. La pioggia nel frattempo è finalmente diminuita, lasciando spazio ad un noiosissimo vento, che quando contrario mi trasforma nel Re dei paracarri.

img_6409

Una volta arrivato a Como, ho davvero tanto, troppo freddo, e sopratutto ho il terrore che la testa non possa reggere il lungo piattone che da Rovello Porro porta a Saronno, credo proprio di no, credo che oggi dopo tutto quello che ho passato non sia in grado di sopportarlo, così, una volta arrivato in Viale Venini svolto a destra, affrontando quei 200 metri di salita che portano alla stazione San Giovanni. Il primo treno per Milano è tra meno di dieci minuti, faccio tempo a fare il biglietto e salire abbracciandomi al primo termoventilatore a ridosso del finestrino.

In quella mezz’ora di viaggio da Como alla Centrale ho ripensato alla giornata, ho ripensato a quanto tutto sia stato perfetto, dagli organizzatori che si sono fatti un culo cubo, a chi ci ha seguito con le autoper darci assistenza o anche solo farci le foto, a chi ha preparato il pranzo, a chi ha portato a pedalare in mezzo a un centinaio di folli e temerari amatori, gente come Paolo Bettini, Luca Paolini, Francesco Toldo, Luca Guarcilena, Davide Bramati. E’ stata una giornata perfetta anche con la pioggia, perchè ha reso questa pedalata ancora più bella, ancora più epica. Sono sicuro che nessuno dei partecipanti si potrà mai dimenticare di questa giornata. E’ stato emozionante pedalare da due luoghi così sacri per il ciclismo, in mezzo a tanti altri amatori e con la presenza di gente che il ciclismo lo mastica seriamente, gente che ha corso e vinto, corse, titoli mondiali, ori olimpici, persone che hanno fatto del ciclismo oltre che una splendida passione anche un lavoro, in alcuni casi anche di una certa responsabilità.

Quella mezz’ora mi ha permesso oltre che di scaldarmi un minimo, anche di ricaricare la testa, permettendomi di mettere la cigliegina sulla torta alla voce ignoranza; dalla centrale a casa ovviamente la si fa in bici. Perchè in bici sarà più facile continuare a pensare alla giornata appena conclusasi alla festa a cui ho partecipato, e poi pedalare in corisa preferenziale a Milano toccando i 50 km/h fa sempre bene alla mente e all’autostima.

Mentre pedalo verso casa, ha smesso di piovere e udite udite, il cielo ci regala anche uno piccolo e timido sprazzo di sole, come a suggellare questa magnifica giornata.

 

One thought on “Vigorelli Ghisallo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...