Sua Maestà, lo Stelvio

Milano, Sabato mattina, ore 5.35, dall’Iphone, posato in carica sul comodino, parte ad un volume indecente “Highway to Hell”.  Mi fiondo fuori dal letto con la stessa velocità con cui Bolt correva i 100 metri.

E’ arrivato il giorno di andare a conoscere sua Maestà. E’ stato questo il primo pensiero, seguito da un lungo brivido che mi ha percorso l’intera schiena.

La sera prima, dopo il classico carboloader, composto da 250 grammi di pasta e ceci, accompagnato con un rigoroso ed onesto mezzo litro di birra, ho preparato tutto l’occorrente da portare il giorno dopo, considerando le condizioni meteo non propriamente meravigliose

Secondo l’ultimo aggiornamento delle 21 di sabato, le previsionio a Bormio per il giorno seguente davano pioggia dalle 10.30 e neve dai 2000 metri. Un classico, un film già visto più volte, per giunta. Come quando arrivai in cima al Ghisallo la prima volta, nel 2016, nonostante fosse Luglio presi tanta di quell’acqua e grandine durante il tragitto che non lo dimenticherò mai. Come allora, anche oggi non ho intenzione di rimandare, anche perchè l’incontro con lo Stelvio è una delle cose che mi ero ripromesso di fare nel 2018.

Mi metto in auto che sono le 6.00, il viaggio da casa a Bormio non è proprio una cosa veloce, ci sono quei 200 km e 3 ore circa di strada, da sciropparsi. Durante il tragitto acqua a secchiate, così giusto per ricordarmi ciò a cui sto andando in contro.

Arrivo a Bormio poco prima delle 10. Non piove e sembra che il cielo si stia aprendo. Finalmente una gioia! Prima di scaricare la bici e completare la vestizione, decido di andare a fare colazione. Cappuccino e crostatina all’albicocca. Mentre mi gusto la colazione butto un occhio nuovamente al meteo. A 2000 sempre neve e 3°C, vabbè se non altro a Bormio sta uscendo finalmente il sole.

Uscito dal bar, mi sento pronto. Mentre mi vesto la prima brutta notizia; non ho portato i gambali. Toccherà farla con le gambe scoperte, tanto come ha detto il Maestro il giorno prima, le gambe le muovi e le tieni calde.

Bikeporn rispettato anche in questo caso, infilo nelle tasche della maglia mantellina e guanti, oltre a gellini e barrette, in quantità da garantirmi almeno due salite. Monto in sella e via che si va.

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Esco dal centro di Bormio al primo bivio prendo per Via Milano e a colpi di pedalate arrivo al primissimo tornante, per strada tantissimi ciclisti. Quella di oggi è infatti una giornata dedicata a noi amanti delle specialissime, il passo infatti è chiuso al traffico dalle 8.30 alle 16.

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Dopo il primo tornante incontro il banchetto per le iscrizioni, dove tra le altre cose ritiro un piccolo omaggio, nel mio caso una magnifica tazza in metallo con il manico fatto a moschettone da montagna.. Ritiro il braccialetto per il ristoro, di cui come sempre non ho capito dove sia situato, e sono pronto a ripartire.

Comincio a far muovere le ruote della Mya sulla strada statale 38. Lo Stelvio è per ogni ciclista una specie di “Mecca” un qualcosa che nella vita bisogna fare prima o poi. Per me lo Stelvio è semplicemente sua Maestà. La regina delle salite.

Sono preparato alla sofferenza oggi, o almeno credo, i primi tornanti vanno via abbastanza tranquilli, superato il bivio per la Valdidentro arrivo alla prima brevissima galleria, alla mia sinistra trovo l’ingresso ai bagni vecchi di Bormio. Qui la pendenza sale sfiorando il 9% per circa 600 metri, con la strada che costeggia la montagna. Alleggerisco il rapporto e maledico me stesso per aver deciso di fare questa salita con un pacco pignoni 11-28. Quei due, ma facciamo anche tre denti in più oggi sarebbero stati molto utili.

Rilancio la Mya, e superato il breve tratto più duro, la pendenza si assesta all 7/8%. Inizio a guardarmi intorno. Una quantità infinita di fiumi che si gettano lungo la montagna andando a formare tantissime cascate che si gettano dentro al fiume Adda che scorre circa 200 metri sotto,  la tonalità dell’erba che quasi sembra verniciata. Mentre affronto un tratto di strada con alcuni tornanti mi accorgo del silenzio che c’è. E’ una cosa quasi surreale. Il solo rumore che posso sentire con precisione è quello dell’acqua che scorre lungo le pareti della montagna.

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Terminato l’ultimo tornante la strada prosegue dritta, appena superato il tornante sento che un leggero venticello mi accarezza la faccia. E’ aria fredda. Per il momento però nonostante sia con i bib corti non sto risentendo del freddo.

Lungo la strada incontro la prima Casa Cantoniera e una serie di gallerie scavate nella roccia.

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All’uscita di una di queste davanti a me si erge, scolpita nella parete della montagna, una serie di tornanti che visti da dove sono ora mi tolgono quasi il fiato. Sono meravigliosi, per una attimo aumento la frequenza di pedalata, tiro giù un dente alzandomi sui pedali, faccio aumentare la velocità e con lei anche i battiti del cuore. Mi ricordo che la salita è lunga, ma quei tornanti, hanno fatto scattare nella mia testa la voglia di arrivarci subito, di viverli con la Mya, di fare sfilare le sue “Continental Super Sport” sull’asfalto di quei tornanti.

Per raggiungere quei tornanti, se ricordo bene dagli appunti del vecchio, bisogna superare un tratto di strada particolarmente duro con pendenze che sfiorano il 14%.

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Nel frattempo sono arrivato a quota 1927 metri, per la prima volta supero i 1900 del Plan di Montecampione. Le gambe stanno bene, non sento grande fatica, anche durante il tratto più faticoso, dove ricorro ad un breve zig-zag (per una volta che la strada è senza auto). Unica notizia poco piacevole ha cominciato a piovere e l’aria si è fatta più fredda. Mi fermo per indossare la mantellina e ne approfitto per osservare il paesaggio senza l’affanno della pedalata.

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Superato un tornante, e con esso poco dopo la seconda Casa Cantoniera, in lontananza si scorge la cascata del Braulio, le cui acque vengono convogliate per scopi idroelettrici. La cascata è magnifica, il suo rumore riecheggia in tutta la valle. Superato un nuovo tornante, si apre davanti a me un vasto altopiano, il Plan del Grembo, dove incontro moltissime mucche lasciate al pascolo. I rumori dei loro grossi campanacci si mischiano con il rumore dell’acqua della cascata che cade fino a riprendere il suo corso.

Ora la strada si fa tutta dritta e decisamente più pedalabile. Sono arrivato a quota 2000 metri. Davanti a me inizio a scorgere la neve, e il cielo è del classico colore che ti fa capire da subito che su la neve sta anche cadendo. Mi fermo per indossare anche i guanti, il ciclocomputer segna 4°C.

Sono oltre la metà, inizio però a sentire un po’ freddo, sopratutto alle mani, nonostante i guanti.

Ok, sarò onesto. I guanti erano guanti lunghi ma in cotone, perfetti se prima indossi un sottoguanto in tessuto termico. Ovviamente io sono sprovvisto di tali sottoguanti. Per fortuna che sono arrivato al punto ristoro. Prendo subito un bicchiere di the caldo e visto che ci sono butto nello stomaco anche due quadratini di pizza e uno spicchietto di Casera (Evviva il formaggio della Valtellina).

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Inizio a incontrare la prima neve, poco dopo inizia anche a nevicare. Sono a quota 2100, al passo non manca molto, ma ora davvero sento decisamente tanto freddo. La strada, superato l’altopiano riprende a salire con una moltitudine ti tornanti che permettono di guadagnare velocemente quota. Nonostante il freddo che ad ogni metro percorso si fa sentire sempre di più, un po’ come l’intensità della neve.

Arrivo alla quarta e ultima Casa Cantoniera, alla vetta mancano solo 3 Km, alla mia sinistra il bivio per il passo Unbrail che porta in Svizzera. Sto ufficialemente ibernando.

La strada è pulita ma al mio fianco ci sono circa 15 cm di neve. Non sento più le dita. Quando realizzo questo pensiero, ammetto che per un attimo ho pensato di mollare, girare la bici e con i freni tirati tornare a Bormio. E’ stato un attimo, un momento di cedimento di testa, di debolezza. L’idea è svanita in un istante, mi sono alzato sui pedali è ho fatto i successivi 2 km spingendo a tutta, spingendo con tutto il corpo, inclusi cuore e testa. Supero di slancio un gruppetto di quattro ciclisti e mi spingo verso la cima.

Davanti a me il cartello che segna l’arrivo al passo, per me è una specie di linea di arrivo. Un punto dove fermarmi a immortalare il momento. Mi faccio scattare una foto da un ciclista, poi mi metto ad osservare gli adesivi appiccicati sul cartello.

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Mi rimetto di nuovo in sella, perchè non è ancora finita. Mi manca ancora il cartello che segnala la cima Coppi. Mancano ancora 900 metri circa.

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Eccomi in cima. Sua Maestà è conquistata. Ho mani e piedi congelati, e a breve dovrò scendere per tornare a Bormio, ma sono comunque in cima, le lacrime che scendono lungo il mio viso mi ricordano che sono arrivato in cima. Sono come sempre lacrime di gioia, lacrmie che in parte sfogano la fatica e la sofferenza che ho provato e ho dovuto sopportare per raggiungere la cima, per esaudire un mio sogno.

La cima, ricoperta di neve, con i piccoli fiocchi che cadono sulla visiera del mio berretto e sulle lenti degli occhiali, tenuti giusto per non mostrare a tutti i presenti in cima le mie lacrime. Piango ma sono felice, piango e mi accorgo di non essere neppure l’unico, poco distante a me, un ragazzo è anche lui alle prese con le lacrime, consolato in qualche modo dai compagni di avventura saliti con lui.

E’ arrivato il momento di tornare a Bormio. Per la prima volta però non sono così felice, così elettrizzato a fare la discesa. Ho freddissimo, le mani e i piedi gelati che quasi non li sento più.

Comincio a scendere prestando la massima attenzione, il fondo della strada è infatti scivoloso e io vorrei arrivare a valle tutto intero e senza cadute. Affronto i primi tornanti con i freni tirati, lasciando la bici prendere velocità solo con la strada. Non pedalo lungo la discesa, non me la sento, e poco dopo inizio a sentire il freddo salire anche lungo le gambe. Maledico me stesso per aver dimenticato i gambali, ma anche per non aver preso un paio di guanti più pesanti.

Proseguo lungo la discesa, provando a pedalare in qualche punto in cui la strada è rettilinea. Arrivato a 1900 metri la temperatura si fa finalmente un pochino più accettabile, riesco così a scaldarmi quel poco che basta le gambe, ma per mani e piedi non c’è davvero modo di scaldarle, me ne accorgo quando devo frenare, ogni volta che tiro le leve dei freni sento un lieve dolore alle dita delle mani.

Finalmente arrivo al parcheggio, mi sgancio dai pedalini, appoggio la Mya alla mia auto e mentre cerco di togliere i guanti ripenso a tutta la salita fatta qualche ora prima. Penso al mio vecchio, penso a quanto sarà contento da lassù a vedermi così felice. Si felice, perchè nonostante aver sofferto il freddo come mai prima, sono fottutamente felice.

Ho finalmente potuto conoscere sua Maestà, e devo ammettere che è di un bellezza unica, un panorama magnifico, strade che si arrampicano togliendo il fiato. Foto 01-09-18, 11 47 46

Sono felice, felice come un bambino al giorno di Natale. Sono orgoglioso di me stesso per essere riuscito ad arrivare in cima, per non aver mollato quando sarebbe stato più facile farlo, per aver resistito, per aver sofferto e per aver esaudito un piccolo sogno.

In sintesi, è stato uno spettacolo, così bello che vorrei restare a Bormio la notte per rifarlo il giorno seguente.

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