Zone

Nuovo weekend al lago, ma questa volta mi devo obbligatoriamente limitare, causa piccolo intervento chirurgico alla mano sinistra con due punti di sutura. Quella di concedermi una ricucita ogni dodici mesi è una storia che va avanti da quattro lunghissimi anni.

Dicevamo, il lago e il dovermi limitare, una cosa che, se si parla di bici, mi riesce particolarmente difficile fare, ma vi giuro che provo sempre a mettercela tutta. Così complice anche la meteo (non sono svizzero ma trovo sia più elegante chiamarla così) il Sabato riesco a non toccare mai i pedalini. Ovviamente penso che il giorno seguente dovrei fare qualcosa di tranquillo, qualcosa che non comprometta troppo la piccola operazione subita. Mi scatta in mente che potrei salire a Zone, una salita che avevo in mente di fare da tempo, ma che non ho mai avuto modo di fare. Il giro in sé sarà circa 60 km scarsi per un dislivello complessivo di 1600 metri, ma solo 750 di dislivello positivo.

Penso che il giro non rientri nel discorso fatto poco fa, così cerco per una volta di dare retta al buon senso. Mi prometto di vedere l’indomani come va la mano durante la strada fino a Toline, posticipando la decisione se salire o tornare verso casa, solo una volta arrivato ai piedi della salita. Non sò a voi, ma personalmente mi sembra un compormesso più che accettabile.

L’indomani mattina mi sveglio alle 9.15, ecco il brutto di quando al lago non punto la sveglia. Faccio colazione con una meravigliosa barretta di Ovomaltina (una cazzo di droga) e un bicchiere di spremuta. Mentre sorseggio la spremuta sono consapevole che entro il decimo chilometro di strada verrà ampiamente digerito.

Salto in sella e mi appresto a fare la discesa che da casa scende verso il lago. La sera prima, percorrendo la strada in auto, mi accorgo che poco prima di Gargarino la stessa è a senso alternato, regolamentata da un semaforo provvisorio. Stanno rifacendo il parapetto, la strada si restringe poco prima della curva. In auto mio figlio, mentre mi fermo al semaforo mi dice che domani in bici io potrò comunque passare, tanto sono piccolo ed occupo una piccola porzione della strada. Mentre attendo il verde, spiego al piccolo erede che, anche in bici è obbligatorio rispettare il codice della strada, proprio come facciamo quando andiamo insieme nei nostri piccoli giri. Dopo il rosso in auto anche durante la discesa in bici sono costretto a fermarmi, provo in qualche modo a non sganciarmi dai pedali, giocando con la ruota anteriore, ma l’attesa si fa troppo lunga e sono costretto a staccarmi dal pedale destro.

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Arrivato al lago, mi alzo per rilanciare la bici, e come per magia, sto ruttando la spremuta. L’avevo detto io, e pensare che ho fatto solo 5 km.

Come spesso accade anche oggi la strada che costeggia il lago fino a Lovere è piena di ciclisti, prima dell’abitato di Gre, mi svernicia un gruppo formato da quattro ragazzi su delle bici da crono, guardo il ciclocomputer, sto viaggando a 36 km/h. Mi accodo all’ultimo componente del quartetto, aggrappo le prolunge e provo a stare dietro a questi pazzi indemoniati che viaggiano a 110 pedalate al minuto. Velocità da record, 44 km/h, un motorino praticamente. Peccato che una volta superate le piscine di Lovere i ragazzi mi salutano prendendo il bivio per Pianico. Riprendo a pedalare in solitaria lungo la strada che passa dal centro di Lovere fino a Costa Volpino, li mi ritrovo davanti ad un gruppeto di circa 11 persone. Viaggiamo insieme fino a dopo Pisogne, poi un gruppo prende per la Val Palot mentre un altro prosegue lungo la ciclabile Vello Toline.

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Di questa ciclabile vi ho già parlato in passato, la trovo tanto bella, quanto pericolosa. Riguardo il secondo punto oggi ne ho avuto la riprova. Mentre la percorrevamo il primo del gruppo è caduto, sembrerebbe a causa di un cane che non aveva il guinzaglio bloccato. Il cane ha fatto un balzo avanti, allungando il guinzaglio proprio poco prima che passasse il gruppo. Per fortuna nulla di grave, e per fortuna che in quel pezzo mi ero staccato dal resto del gruppo per fare alcune foto e mangiare una barretta.

Dopo la sosta obbligatoria per sincerarci delle condizioni del malcapitato, io e il resto del gruppo ripartiamo. Usciamo dalla ciclabile di Toline rimettendoci in strada, sono terzo nel gruppo, dietro di me altre tre persone. Tiriamo fino all’ingresso di Marone, poi ad un tratto la strada, in prossimità di un dosso in pavè, si apre anche verso sinistra con una svolta stretta, quello è il bivio per Zone. Quello è il mio bivio. Solo in quel momento penso alla mia mano, la muovo, cerco di capire se è tutto in regola. Non sento dolore, non sento fastidio, decido proprio all’ultimo di svoltare, un po’ a malincuore dovendo lasciare quel bel gruppetto che mi aveva accompagnato fin qui a velocità sostenuta.

Zone è un piccolo comune della sponda bresciana del lago, è situato a 684 metri sopra il livello del mare, sul territorio del comune, in frazione Cislano, che si incontra poco prima di arrivare nel centro di Zone, è presente la Riserva Regionale delle Piramidi di Terra, enormi colonne di terra sormontate da massi più grossi, che proteggono la colonna sottostante dall’azione erosiva dell’acqua.

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Mi appresto a salire. I primi metri sono ampiamente pedalabili, una volta superato il passaggio a livello la strada si fa più dura fino al primo tornante che coincide anche con un brusco restringimento della sede stradale. Proprio in questo punto incrocio un ciclo nonno su una fantastica Cervelo. E’ vestito seguendo le regole basi che il bike porn impone, questo suscita in me una elevata stima per lui. Lo passo sulla sinistra salutandolo, continuando a salire al mio ritmo. La salita misura in tutto 7500 metri, la prima parte la affronto con un buon ritmo, anzi a dirla tutta, con un ritmo che è ben oltre il mio standard.

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Al termine del primo chilometro la strada si apre, di fronte a me un bivio che se preso ti porta fino ad Iseo.  Io svolto a sinistra e dopo circa 200 metri di falsopiano la strada riprende a salire in maniera decisa. Sotto a me la vista si apre sul lago, una generosa porzione di acque verdi e azzurre illuminate dai raggi del sole che vanno a infrangersi prima contro le montagne poi nell’acqua. Mi fermo per scattare una foto e godermi il panorama senza l’affanno della pedalata. Nell’aria c’è profumo di erba appena tagliata, rimonto in sella e riprendo a pedalare, proprio nel momento in cui il ciclo nonno, incontrato e superato all’inizio della salita mi si rimette di fianco, questa volta in compagnia di un coetaneo che pedala su una Specialized con freni a disco. Ora la strada sale con una pendenza maggiore, non serve guardare il ciclo computer, lo sento dalle gambe che cominciano a bruciare. Non ci penso troppo e mi alzo sui pedali dando un paio di pedalate per prendere maggiore velocità, quando mi rimetto seduto, alleggerisco il rapporto e proseguo a salire accodato ai due ex giovincelli davanti a me. Poco prima della metà esatta della salita, in prossimità di un tornante, decido che è arrivato il momento di staccare i due ciclo nonni. Mi rimetto di nuovo in piedi sui pedali e do una notevole accelerata sorpassandoli a sinistra, uno dei due mentre salgo staccandolo sento che borbotta non senza qualche imprecazione, come a chiedersi dove stessi andando. Beh ammetto che, il superare qualcuno in salita sia sempre qualcosa che riempie l’ego, a prescindere da chi esso sia, vecchio o giovane, allenato o paracarro come me.

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Avanzo nella mia scalata, questa volta in solitaria, incontro un nuovo tornante, al lato di esso un piccolo spiazzo dove è presente una fontana. La borraccia però è ancora a metà, decido quindi di non fermarmi e proseguire lungo la strada che dopo il tornante riprende a salire al 8%. Ogni tanto mi ricordo di muovere la mano, giusto per non farla intorpidire e per capire se va tutto bene. Non sembra dare problemi, continuo a spingere sui pedali, continuo a guardare sotto di me.  Scorgo con lo sguardo tratti di strada appena superati, porzioni di asfalto attraversati con la testa abbassata, osservando copiose le gocce di sudore cadere prima sul telaio della Mya e poi sulla strada. Inizio ad avvertire una certo senso di stanchezza. Il brutto di percorrere per la prima volta una salita è che non sai mai quanto manca alla vetta. Provo a regolarmi con l’altimetro del mio ciclo computer, segna 620 metri di altitudine, se i conti sono corretti non deve quindi mancare molto, considerato il fatto che l’arrivo a Zone è posto a circa 680 metri. Di li a poco appena finito un tornante mi ritrovo il cartello che indica le Piramidi di cui vi parlavo poco fa. Siamo quasi arrivati, mancano circa 1500 metri per arrivare alla fine della salita.

Transito davanti alle Piramidi, la strada che porta al parcheggio è piena di automobili in attesa dell’ingresso. Una volta arrivato in prossimità del centro del paese posso scorgere anche io in lontananza il capolavoro di queste piramidi di sabbia. Sembrano dei giganteschi coni, assomigliano a quelle pseudo costruzioni che faccio con mio figlio in spiaggia. Arrivato alla fine della salita, utilizzo un piccolo parcheggio per mettere la bicicletta in direzione della discesa e cominciare a scendere. Mentre attraverso nuovamente la strada, questa volta con minore fatica, mi endo conto di aver portato a casa un altro piccolo successo, un’altra piccola vittoria personale. Nulla di impossibile sia chiaro, ma rimane comunque una salita vera, bella e divertente conquistata con la forza delle mie gambe e forse un po’ anche della testa.

Durante la discesa, alla fine del centro abitato incrocio nuovamente i due nonnini che arrancando cercano di raggiungere la fine della salita. Mentre scendo, gli sguardi si incrociano e uno dei due mi saluta con una faccia quasi stremata. Arrivato nuovamente ai piedi della salita, riprendo a pedalare verso Pisogne. Una volta arrivato a Lovere decido di non prendere la solita strada che costeggia il lago, quella percorsa all’andata, ma di salire verso Pianico e Sovere, per poi scendere a Piangaiano e risalire verso casa. Insomma per farla breve decido di scegliere la strada che avrà al suo interno due salite. Sono due tratti che ho fatto spessissimo, tutte le volte che torno a farle i pensieri tornano a quando da neofita faticavo come pochi a percorrerle, in alcuni casi capitava di dover staccarsi dai pedali e continuare per un tratto a piedi.Con il tempo la situazione è cambiata, oggi quelle rampe lunghe poco meno di 3000 metri sono diventate facilmente superabili.

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Alla fine chiudo il giro con 73 chilometri e un dislivello totale di quasi 2000 metri. Soddisfatto posso sedermi a tavola, dopo una meritata doccia e una altrettanto meritata media alla spina.

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