Parzanica e il cuore a mille.

Ogni salita ha una sua storia. Ogni salita ha un ricordo. Ci sono salite che portano a ricordi unici, sinceri e profondi, come un’amicizia, nata per caso, tra una pedala e l’altra.

Parzanica per me significa questo, a questa salita ci sono molto legato. Scoperta per caso grazie a Marco, un ragazzo che abitava proprio dove la strada iniziava a salire. I più attenti si saranno già resi conto, purtroppo Marco oggi non c’è più. Se l’è portato via un pirata della strada a Giugno di due anni fa, e io da allora Parzanica non sono più riuscito a farla, non sono più riuscito a ritornare in cima per poi scollinare e scendere da Vigolo.

lo scorso anno ho provato a salire ma, dopo pochi chilometri ho mollato miseramente, ne sono uscito sconfitto e per giunta ferito, nell’animo, nel cuore e nell’orgloglio. In tante altre occasioni passandoci di fianco ho pensato di salire, di scalarla tutta d’un fiato, di arrivare in vetta, ma non ho mai trovato il coraggio per lasciare la strada che costeggia il lago e affrontare le sue pendenze. Fino ad oggi.

Era questione di coraggio, era questione di raccogliere tutte le emozioni metterle in una delle tasche della maglia e alzarsi sui pedali, aggredendo la strada che velocemente comincia a salire. La sera prima “disegno” il giro, discesa da casa verso Riva e poi pedalata in torno al lago, per poi affrontare la salita sulla via del ritorno.

Il destino sembrava però che avesse altre intenzioni, arrivato a Pisogne un gruppo di ciclisti che pedala nella direzione opposta alla mia, incorciandomi, mi avvisa che la strada è chiusa. Per un attimo il cuore si è fatto freddo. Ho pensato che il destino non volesse, ho pensato che Marco da lassù non volesse vedermi salire da solo sulla sua salita. Ho pensato a tante cose, e poi ho pensato che erano tutte delle grandissime cazzate. Quella salita la dovevo fare oggi e Marco non vedeva l’ora di vedermela fare.

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Così ho girato la bici e sono ritornato verso Riva, in mezzo un piccolo problema tecnico al ciclocomputer (perchè non cancelli i giri una volta scaricati?) così dopo ventisette chilometri ho dovuto riprendere una nuova traccia. Quella era la mia partenza verso la mia prova di coraggio.

Da Riva percorro con la Mya tutta la litorale che costeggia il lago, sono le 8.30 e il caldo inzia già a farsi sentire, c’è del leggero vento, ovviamente contrario, che fa increspare il lago. In acqua guardando verso Monte Isola si inziano a vedere le prime barche. Arrivato a Tavernola il cuore ha inziato a battere più forte, e non perchè avessi aumentato la frequenza di pedalata, non ho neppure avuto bisogno di guardare il cardio, lo sentivo fino alla gola, batteva all’impazzata perchè era arrivato il momento, davanti a me il cementificio, a destra la strada per Parzanicha, le mani che leggermente spostano il manubrio e la strada inzia a salire.

La salita misura in tutto 7 chilometri e 500 metri, non è lunga ma è decisamente impegnativa. Completamente esposta al sole, ha una vista clamorosa sul lago di Iseo, e sale all’interno della cava del Cementificio che sorge a ridosso della salita. I primi 1400 metri sono tostissimi, la pendenza è fissa al 10%, devo alleggerire il rapporto e alzarmi sui pedali per rilanciare la bici. Davanti a me, distante circa 60 metri, un altro ciclista,mentre pedalo mi chiedo se anche lui ha un ricordo così forte con questa strada, poi ad un tratto mi viene in mente quando, lungo questa salita con Marco ci divertivamo ad andare a riprendere i ciclisti che ci precedevano, ci alzavamo sui pedali e spingevamo come dei dannati sulle pedivelle, fino ad arrivare fuori soglia.

Arrivato al bivio che porta alla vecchia strada per Vigolo la strada per fortuna spiana per 50 metri e mi dà la possibilità di rifiatare. Ciò che non rifiatano sono i pensieri, i ricordi, come quando proprio in prossimità di questo bivio, la valle fu sovrastata da una sonora bestemmia di Marco, dopo che si accorse di avere forato la gomma anteriore, o quando il sottoscritto, la prima volta che percorse questa salita, si diventicò di sganciarsi dai pedali, cadendo come un cretino.

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Si riprende a salire, spostando lo sguardo alla mia destra ho tutto il lago davanti a me, è una cartolina, e ci rimango un po’ male nel constatare che il caldo rende la vista velata, come se fosse sbiadita. Il sole mi batte in faccia, il caldo è opprimente, tanto dal farmi aprire la maglia. Ogni volta che poso la testa, delle goccioline di sudore cadono sul tubo obliquo del telaio della mia Bottecchia. Ho percorso 2700 metri di salita, la strada spiana di nuovo per circa 200 metri, è un tratto di strada che unisce due ponti, superato il secondo di questi si riprende a salire in maniera brusca e decisa, mi accorgo che questo fu il punto in cui decretai la mia sconfitta un anno fa. Superare quel punto mi dà inavvertitamente una motivazione in più, mentre pedalo ripeto ad alta voce come un mantra “Non vorrai essere così stronzo da aver fatto fatica di nuovo senza arrivare in cima?”

Il brutto è che sò anche rispondermi, perchè io lo sò che non è la fatica questa volta che mi può fregare, non lo fu neppure un anno fa, sono i ricordi, i momenti e le emozioni che anche questa volta possono decretare la mia sconfitta. Nel frattempo sono arrivato anche ad Aquarolo, subito dopo il centro abitato dentro ad un prato recintato ci sono tre asinelli, mentre passo di fianco mi accorgo che mi fissano, il più piccolo dei tre sembra quasi che mi dica di non mollare, come un vero pazzo quale sono, gli rispondo “Stai sereno ciuchino che a sto giro mi devono sparare per farmi mollare.”

Dopo il paesello la salita si fa più dolce, le pendenze si abbassano al 6/7%, posso allungare il rapporto. Ricordo che in questo punto, l’ultima volta che salimmo io e Marco, decidemmo di provare a fare gli ultimi chilometri con il 53. Fu una follia che mi procurò i crampi una volta arrivati in cima, oltre a una discreta dose di sfottò. Del resto quello forte dei due non ero io. Quello che correva sul serio era lui. E si vedeva, come giusto che fosse.

E’ quasi finita, manca l’ultimo tratto di quasi 2 Km di nuovo con pendenze spaccagambe, ma il più è fatto. Dopo una lieve curva la strada si apre, davanti a me il campanile di Parzanica, ora o mai più, mi ripeto nella testa, mi alzo sui pedali, e spingo forte, immagino di dover andare a riprendere un ciclononno davanti a me, come facevamo quando c’era anche Marco, chiudo gli occhi, supero il campanile e arrivo alla piazzetta superando una vecchia linea di arrivo di una gara ciclistica.

Mi fermo. Mi sgancio dai pedali. Mi siedo vicino alla Mya e penso che ci sono riuscito.Sono arrivato in cima. Di nuovo, ma questa volta da solo.

Una lacrima passa lungo tutta la faccia, fingo che sia sudore. Chissà che faccia ha da lassù ora che sono riuscito ad arrivare in cima?

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Il mio giro non è finito, rimonto in sella e mi sento invincibile, talmente tanto da prendere a destra per il Monte Creò, qui la strada è strettissima, ma sopratutto è terribile, piena di buche e in molti tratti anche sterrata. Manca un solo chilometro alla cima, ma decido per il bene della mia specialissima di tornare di nuovo lungo la strada di prima che, costeggiando un vecchio anfiteatro, arriva a Vigolo.

Mentre percorro la discesa, ripenso a ciò che ho provato nel salire fino in cima per la prima volta da solo. E’ stato strano, quasi surreale, era strano non sentire la sua voce, o anche solo i porconi che spesso scappavano per la fatica procurata.

Tu non c’eri ma la tua presenza era tangibile, per me era come se fossi li.

Proseguo il mio giro….

 

Ciao Campione.

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